30 agosto 2012
29 luglio 2012
Il mare
Vado al mare. E il mare nuota tra gli abbracci che non finiscono mai. Ondeggia tra gli addii e scioglie le parole, le strappa via da quei miraggi che all’orizzonte bruciano il passato come fiammelle di calore immaginario…
Il mare è candeggina per l’anima che sa annusare. Ne buca i vestiti, li consuma. Mangia le fibre dei rimorsi e ingrossa, con la Luna, i pensieri di oggi e di ieri. Mette a nudo la sostanza della vita: muoversi o affogare.
Il mare è sale per la vita che sa gustare. Conserva il filo dei ricordi come la cima d’attracco di una nave. Il mare è il molo, è il polo, è il solo motivo per cui agosto è tutto l’anno: un anno di noi.
Vado al mare. Ritorno tra 15 giorni. E anche il mare tornerà con me.
26 luglio 2012
L'Amore
Scrive lo psicoanalista americano Stephen Mitchell: "Se io ti do il mio amore, che cosa ti sto dando di preciso? Chi è l'Io che sta facendo questa offerta? E chi, per inciso, sei tu?"
Il tema è caro all’umanità, e ai filosofi. E allora lancio in aria alcuni birilli di Umberto Galimberti e - come fanno gli artisti di strada ai semafori di città - m’impegno a maneggiarli (per una monetina, e per un giorno di libertà).
Se è vero, come dice Freud, che l'amore è l'unica condizione per poter vivere, non c'è alcun dubbio che amare l'altro è, di fondo, amare se stessi. Questo amore di sé è ciò che rende possibile il dialogo tra la propria parte razionale e la propria parte folle o irrazionale, a cui la natura ci invita per accedere ad una compiuta espressione di sé.
L’Amore non è una faccenda dell'Io (della nostra parte che ragiona): per questo nessuno crede fino in fondo all'altro quando dice "Io ti amo". Sempre Freud ricorda che "l'Io non è padrone in casa propria", cioè non conosce le forze vere che determinano le sue scelte. L’Io fugge dagli abissi dell’essere. Può soltanto scorgerli.
L'abisso folle che ci abita vuole espressioni che sappiano raggiungere le nostre regioni più lontane, profonde e indistinte, per assaporare come il piacere si intreccia con il dolore, la maledizione con la benedizione, la luce con il buio, perché da quel fondo tutte le cose appaiono incatenate, intrecciate, innamorate.
Ci si scalda, si scalpita, finché un giorno si incontra qualcuno che riflette questi abissi come uno specchio, e li rinvia in una domanda inquietante che turba la visione chiara e lucida che il nostro Io s'era fatto del mondo. E quando il riflesso è reciproco, è Amore, inevitabile messa a nudo di sé tramite l'altro. Il giorno può anche non arrivare mai, oppure non finire; qualche volta può essere semplicemente un sogno, o un’illusione.
La scoperta della nostra follia segreta ci attrae e ci inquieta, ma con le sole forze dell'Io non possiamo inoltrarci in quelle regioni inaccessibili o travolgenti, da soli. Abbiamo bisogno dell'altro, come Dante di Virgilio per scendere all'Inferno. Amiamo l'altro quando tramite lui scopriamo noi stessi, e l'altro tramite noi scopre se stesso. Non amiamo chiunque, ma solo chi riflette fedelmente i nostri abissi. E’ l’inconscio che decide chi si può amare.
Una volta scesi nella nostra protetta follia, grazie all’Altro che riconosciamo "di averci fatto impazzire", non riemergiamo più quali eravamo, perché - dopo esserci concessi al cedimento dell'Io - l'altra parte di noi ci ha contaminato. E per effetto di questa contaminazione, qualunque sia l'esito della vicenda d'amore, noi non siamo più quel che eravamo.
L’altra parte di noi non si smette mai di cercare.
24 luglio 2012
23 luglio 2012
L'amicizia
Buon compleanno a Enrico "Rambo"!
Il mio amico di sempre, di giochi d'infanzia, di spazi infiniti e di nuove avventure... è lì da decenni, indeformato dai ricordi, alpino di natura e di casa...
La sua bicicletta non ha più le rotelle; io non ho più le bretelle, ma le nostre ginocchia sono ancora sbucciate dalle cadute degli anni scivolati per la via.
L'amicizia scorre come il sangue, sotto pelle. Si vede bene nelle ferite. E' rossa, è densa, una marmellata di stelle...
Il mio amico di sempre, di giochi d'infanzia, di spazi infiniti e di nuove avventure... è lì da decenni, indeformato dai ricordi, alpino di natura e di casa...
La sua bicicletta non ha più le rotelle; io non ho più le bretelle, ma le nostre ginocchia sono ancora sbucciate dalle cadute degli anni scivolati per la via.
L'amicizia scorre come il sangue, sotto pelle. Si vede bene nelle ferite. E' rossa, è densa, una marmellata di stelle...

20 luglio 2012
L'infinito
Ogni uomo, per quel tanto che esiste e fino a che esiste, è un punto di forza dotato di potenza limitata e di energia finita (come dicono molti filosofi).
Esistiamo in quanto dotati di un'energia sufficiente a esistere, ma l'energia che ci muove prevale sulla cognizione che possediamo di essa: lo si comprende dalla dinamica pulsionale, dall'irrefrenabile voglia dell'oltre, dello sconfinamento, della soddisfazione. All'umanità ciò è noto da sempre, e l'eros ne è la cifra, e dai lirici greci, molti hanno scritto l'Amore in buona poesia.
Il volersi incessantemente è iscritto nella fisiologia dell'uomo, ma la voglia di durare, di espandersi, fa velo alla sua precarietà. La voglia consapevole di infinito è entrata nella simbologia, nel costume, nella religione: ha reso l'infinito un luogo accessibile all'uomo, quasi una condizione naturale...
Leopardi, nella favola "La storia del genere umano" che apre le Operette Morali, narra come Giove avesse creato gli uomini in uno spazio-mondo che presto si rivela insoddisfacente, troppo stretto per la loro voglia di infinito. Per rianimare la specie umana afflitta dal tedio, Giove introduce la sofferenza che diventa il nemico da battere, e proprio per questo stimolo involontario per vivere. Per difendersi, gli uomini inventano la tecnica e imbrigliano il dolore, ma torna la noia. Solo il farsi presente dell'infinito potrebbe rendere bella e attraente la vita, ma questo Giove non può farlo e tutto si rivela vano: l'infinito è impossibile.
Qualcuno sostiene che "non sono i dolori e gli affanni a rendere invivibile la vita, ma gli uomini non riescono a vivere bene perché sono malati d'infinito".
Una cosa è sicura: non ci è concesso di essere di più di quel che possiamo, e l'equilibrio tra la nostra coscienza e la nostra potenza diventa essenziale per vivere felici. Chi sta in equilibrio sente il profumo di un fiore come la gioia di un'eternità.
Esistiamo in quanto dotati di un'energia sufficiente a esistere, ma l'energia che ci muove prevale sulla cognizione che possediamo di essa: lo si comprende dalla dinamica pulsionale, dall'irrefrenabile voglia dell'oltre, dello sconfinamento, della soddisfazione. All'umanità ciò è noto da sempre, e l'eros ne è la cifra, e dai lirici greci, molti hanno scritto l'Amore in buona poesia.
Il volersi incessantemente è iscritto nella fisiologia dell'uomo, ma la voglia di durare, di espandersi, fa velo alla sua precarietà. La voglia consapevole di infinito è entrata nella simbologia, nel costume, nella religione: ha reso l'infinito un luogo accessibile all'uomo, quasi una condizione naturale...
Leopardi, nella favola "La storia del genere umano" che apre le Operette Morali, narra come Giove avesse creato gli uomini in uno spazio-mondo che presto si rivela insoddisfacente, troppo stretto per la loro voglia di infinito. Per rianimare la specie umana afflitta dal tedio, Giove introduce la sofferenza che diventa il nemico da battere, e proprio per questo stimolo involontario per vivere. Per difendersi, gli uomini inventano la tecnica e imbrigliano il dolore, ma torna la noia. Solo il farsi presente dell'infinito potrebbe rendere bella e attraente la vita, ma questo Giove non può farlo e tutto si rivela vano: l'infinito è impossibile.
Qualcuno sostiene che "non sono i dolori e gli affanni a rendere invivibile la vita, ma gli uomini non riescono a vivere bene perché sono malati d'infinito".
Una cosa è sicura: non ci è concesso di essere di più di quel che possiamo, e l'equilibrio tra la nostra coscienza e la nostra potenza diventa essenziale per vivere felici. Chi sta in equilibrio sente il profumo di un fiore come la gioia di un'eternità.
16 luglio 2012
I sogni
Sognare un’altra vita rispetto a quella che ci capita di vivere è il sogno più antico dell’uomo. I miti, le religioni, la letteratura, la musica… non sarebbero nati senza questo sogno.
Senza il sogno di un’altra vita, nessuna utopia (dove possa aver luogo quello che al momento non ha luogo), nessuna rivoluzione (dove promettere cieli e terra nuovi), nessun progresso scientifico (dove la fatica del lavoro e la crudeltà del dolore possano essere alleviati), nessuna felicità (dove coltivare le proprie passioni)…
Senza il sogno di un’altra vita, nessuna utopia (dove possa aver luogo quello che al momento non ha luogo), nessuna rivoluzione (dove promettere cieli e terra nuovi), nessun progresso scientifico (dove la fatica del lavoro e la crudeltà del dolore possano essere alleviati), nessuna felicità (dove coltivare le proprie passioni)…
Senza il sogno di un’altra vita non riusciremmo a vivere. Questa è la condizione umana, il suo tratto specifico, la sua bellezza. Qui possiamo rintracciare l’essenza dell’uomo sopra cui le religioni hanno costruito il concetto di trascendenza (o di oltrepassamento dell’esistenza in vista di altri scenari possibili) e sopra cui la psicoanalisi ha costruito il concetto di inconscio, dove il desiderio di un altrove cancella il quotidiano per creare alternative possibili che, se irrealizzate, diventano sofferenze nevrotiche.
Se i sogni sono alternative impossibili, allora ci si congeda dalla realtà e si vaga nel buio della follia.
Ma se i sogni sono alternative possibili, allora non vanno solo interpretati, ma anche realizzati, a meno che non si voglia rinunciare totalmente al proprio sé profondo, dimenticando l’invito di Nietzsche “a diventare ciò che si è”, e ad essere ciò che si può essere. In una parola, dobbiamo vivere al meglio la nostra natura…
Facile, no?
Se i sogni sono alternative impossibili, allora ci si congeda dalla realtà e si vaga nel buio della follia.
Ma se i sogni sono alternative possibili, allora non vanno solo interpretati, ma anche realizzati, a meno che non si voglia rinunciare totalmente al proprio sé profondo, dimenticando l’invito di Nietzsche “a diventare ciò che si è”, e ad essere ciò che si può essere. In una parola, dobbiamo vivere al meglio la nostra natura…
Facile, no?
10 luglio 2012
Allenamento ventoso
Ho corso tutti i meteo della mia pianura. Con la neve mi dovevo un pò coprire; con la pioggia, era già aprile; col sorriso nel sole, nei néi, nel cuore... Ma quando tira vento corro nella polvere del tempo, mai uguale, mai normale, e picchio a sgretolare i miei pensieri. Dalle lapidi cancello ogni passato, fino a ieri...
Anche oggi, la “cucurbita ventosa”, la zucca in mezzo al vento, s'è riempita di sementi, di ossa sesamoidi, di rotule e di tendini. Nel muscolo terreno e accidentato ho rischiato il femorale: ma è quadricipite ogni ricordo, ogni salto di canale…
Una pietra, due, dolorose; corro con la zucca piena di ventose. Non respiro; salto, barcollo, cedo al riso e poi d'incanto mi sollevo in paradiso. Sono in mezzo alle tue labbra, gasteropode patella, che respiri e mi conchigli... Poi mi faccio scoglio, e ci si sveglia.
Ma il vento non molla, e verso sera giunge fino a me il litorale tuo di corsa, che meraviglia!
Anche oggi, la “cucurbita ventosa”, la zucca in mezzo al vento, s'è riempita di sementi, di ossa sesamoidi, di rotule e di tendini. Nel muscolo terreno e accidentato ho rischiato il femorale: ma è quadricipite ogni ricordo, ogni salto di canale…
Una pietra, due, dolorose; corro con la zucca piena di ventose. Non respiro; salto, barcollo, cedo al riso e poi d'incanto mi sollevo in paradiso. Sono in mezzo alle tue labbra, gasteropode patella, che respiri e mi conchigli... Poi mi faccio scoglio, e ci si sveglia.
Ma il vento non molla, e verso sera giunge fino a me il litorale tuo di corsa, che meraviglia!
5 luglio 2012
Allenamento tranzollo
Oggi un arcobaleno si è messo a curvare il significato dei ricordi, nei colori accesi di lumi orientali, nei ventagli. Tutto il cielo in una stanza di suoni si è racchiuso tra le tue ciglia e le sue ondeggianti lunghezze. E sullo sfondo delle lenti, l’anima, aperta in un sorriso, ha mischiato le nature spoglie di aerei, e intrecciato le scie di uccelli rapaci.
Oggi un arcobaleno si è messo a raccontare che dentro i sogni c’è la vita che si potrebbe colorare. Alle estremità, i monti e i mari inarcati sulla schiena liscia delle nuvole si accarezzano, dal viola al rosso, dall’ananas al ribes nero. Una lingua intrappolata nelle viscere del paradiso, l’arcobaleno che ho digerito nel sorriso è certamente il tuo…
29 giugno 2012
L’allenamento danese
Fonte: Tuttoscienze de La Stampa, 27.06.2012
È il Sacro Graal di ogni corridore professionista e degli sportivi della domenica: trovare un allenamento in grado di migliorare le performances e garantire risultati sul piano della salute con tempi di esercizio ridotti.
Ora il sogno sembra più vicino grazie a una nuova forma di allenamento, messa a punto all'Università di Copenaghen. Il suo nome è «allenamento 10-20-30» e i corridori che l’hanno sperimentato hanno migliorato, in media, di oltre 20 secondi sui 1500 metri e di un minuto sui 5 km; il tutto in un mese e mezzo, con il 50% di esercizio in meno.
Come se non bastasse, anche la salute cardiovascolare migliora: livelli più bassi di colesterolo e di pressione sanguigna rispetto alla corsa comune.
L'ideatore è Jens Bangsbo, fisiologo dell'Università di Copenaghen, e nello studio sul «Journal of Applied of Physiology» ha preso in esame 18 corridori mediamente in forma, sottoponendo la metà di loro al training «10-20-30» e l'altra metà al solito training settimanale.
«Siamo rimasti sorpresi nell'osservare un tale miglioramento della salute, considerando che i partecipanti correvano già da anni», ha spiegato.
Si parte con 1 km di riscaldamento per iniziare subito il primo blocco di «ripetute»: 10 secondi a velocità massima, 20 secondi a velocità moderata e 30 secondi a velocità ridotta. Il blocco va ripetuto per 5 volte per un tempo totale di 5 minuti, dopodichè si fanno 2 minuti di pausa. La sequenza completa, costituita dalle «ripetute» e dalla pausa, va replicata dalle 3 alle 5 volte, per un tempo totale di 20-30 minuti, incluso il riscaldamento.
Anche dal punto di vista psicologico i risultati ci sono: i partecipanti hanno mostrato una sensibile riduzione della tensione emotiva rispetto a chi proseguiva con l'allenamento comune. Conclusioni interessanti, ma non inattese per chi si intende di sport: «Che l'attività fisica intervallata agisca sul sistema circolatorio e contribuisca a migliorare le performances dei corridori amatoriali è risaputo e approvato dal punto di vista fisiologico - avverte Sergio Lupo, specialista in medicina dello sport -. Il merito dei ricercatori danesi sta nell'aver stabilito tempi e modalità ».
Difficilmente un corridore professionista potrà migliorare sensibilmente le sue prestazioni con questo training ma, per un corridore amatoriale, il «10-20-30» rappresenta uno stimolo in più per dedicarsi allo sport, impiegando una scarsa mezz'ora con ottimi effetti anche sulla linea: è noto che la corsa intensiva contribuisce a bruciare più grassi e il metabolismo resta attivo per più tempo.
È il Sacro Graal di ogni corridore professionista e degli sportivi della domenica: trovare un allenamento in grado di migliorare le performances e garantire risultati sul piano della salute con tempi di esercizio ridotti.
Ora il sogno sembra più vicino grazie a una nuova forma di allenamento, messa a punto all'Università di Copenaghen. Il suo nome è «allenamento 10-20-30» e i corridori che l’hanno sperimentato hanno migliorato, in media, di oltre 20 secondi sui 1500 metri e di un minuto sui 5 km; il tutto in un mese e mezzo, con il 50% di esercizio in meno.
Come se non bastasse, anche la salute cardiovascolare migliora: livelli più bassi di colesterolo e di pressione sanguigna rispetto alla corsa comune.
L'ideatore è Jens Bangsbo, fisiologo dell'Università di Copenaghen, e nello studio sul «Journal of Applied of Physiology» ha preso in esame 18 corridori mediamente in forma, sottoponendo la metà di loro al training «10-20-30» e l'altra metà al solito training settimanale.
«Siamo rimasti sorpresi nell'osservare un tale miglioramento della salute, considerando che i partecipanti correvano già da anni», ha spiegato.
Si parte con 1 km di riscaldamento per iniziare subito il primo blocco di «ripetute»: 10 secondi a velocità massima, 20 secondi a velocità moderata e 30 secondi a velocità ridotta. Il blocco va ripetuto per 5 volte per un tempo totale di 5 minuti, dopodichè si fanno 2 minuti di pausa. La sequenza completa, costituita dalle «ripetute» e dalla pausa, va replicata dalle 3 alle 5 volte, per un tempo totale di 20-30 minuti, incluso il riscaldamento.
Anche dal punto di vista psicologico i risultati ci sono: i partecipanti hanno mostrato una sensibile riduzione della tensione emotiva rispetto a chi proseguiva con l'allenamento comune. Conclusioni interessanti, ma non inattese per chi si intende di sport: «Che l'attività fisica intervallata agisca sul sistema circolatorio e contribuisca a migliorare le performances dei corridori amatoriali è risaputo e approvato dal punto di vista fisiologico - avverte Sergio Lupo, specialista in medicina dello sport -. Il merito dei ricercatori danesi sta nell'aver stabilito tempi e modalità ».
Difficilmente un corridore professionista potrà migliorare sensibilmente le sue prestazioni con questo training ma, per un corridore amatoriale, il «10-20-30» rappresenta uno stimolo in più per dedicarsi allo sport, impiegando una scarsa mezz'ora con ottimi effetti anche sulla linea: è noto che la corsa intensiva contribuisce a bruciare più grassi e il metabolismo resta attivo per più tempo.
25 giugno 2012
18 giugno 2012
Nuvole d'isole
Scrivendo s’inciampa molto più spesso che parlando. Ma cadendo si sprigiona adrenalina che invita ad osservare fotogrammi di un mondo più vicino alla terra brulicante d’insetti dalle zampette lunghe, antenne e occhi speciali.
A faccia in su, tra le zolle marroni e gialle, osservo le nuvole di sole. Passare di smorfie e salutare.
Sono nuvole d’isole lontane, sono isole di nuvole lontane. E io sono naufrago tra di loro. Poi, lentamente, nel bianco e nell’azzurro di saliva caramella ritrovo la direzione di volo. La prenotazione di vita. Un faro, un molo. Un poro dove entrare nel sole, e bruciare.
E ripenso al “correlativo oggettivo” di Eugenio Montale, il concetto poetico di Thomas Eliot. Mi sento esperto senza averne mai sentito parlare. Leggo i testi di questi maestri e sento il rumore della catena di oggetti, sensazioni ed eventi che si trasformano in emozioni e sentimenti.
Ecco, ho trovato il nome (correlativi oggettivi) per gli “insetti” che calpesto tutti i giorni cadendo dalle parole, nell’errore. Sono cioè “metafore che si oggettivizzano”. Di più, che si “reificano” diventando oggetti concreti dei sensi. E poi estasi dei non sensi che la mente può plasmare nell’aria, o nella vita reale. Non stanno fermi, e come le nuvole, seguono le pressioni del cuore.
Dice Elliot: “Il poeta diventa totalizzante, allusivo, indiretto, si spinge a forzare il linguaggio, lo smembra se necessario, per incanalarne il significato”.
E guadarlo, aggiungo io.
A faccia in su, tra le zolle marroni e gialle, osservo le nuvole di sole. Passare di smorfie e salutare.
Sono nuvole d’isole lontane, sono isole di nuvole lontane. E io sono naufrago tra di loro. Poi, lentamente, nel bianco e nell’azzurro di saliva caramella ritrovo la direzione di volo. La prenotazione di vita. Un faro, un molo. Un poro dove entrare nel sole, e bruciare.
E ripenso al “correlativo oggettivo” di Eugenio Montale, il concetto poetico di Thomas Eliot. Mi sento esperto senza averne mai sentito parlare. Leggo i testi di questi maestri e sento il rumore della catena di oggetti, sensazioni ed eventi che si trasformano in emozioni e sentimenti.
Ecco, ho trovato il nome (correlativi oggettivi) per gli “insetti” che calpesto tutti i giorni cadendo dalle parole, nell’errore. Sono cioè “metafore che si oggettivizzano”. Di più, che si “reificano” diventando oggetti concreti dei sensi. E poi estasi dei non sensi che la mente può plasmare nell’aria, o nella vita reale. Non stanno fermi, e come le nuvole, seguono le pressioni del cuore.
Dice Elliot: “Il poeta diventa totalizzante, allusivo, indiretto, si spinge a forzare il linguaggio, lo smembra se necessario, per incanalarne il significato”.
E guadarlo, aggiungo io.
14 giugno 2012
Infilzo i sogni
Dopo i pasti, alla sera, e soprattutto di notte, vanno in onda i sogni. C’è chi li prenota, e chi li pesca nel pozzo dei desideri. Chi li accetta e chi li soffre. Non si possono controllare, all’apparenza.
I sogni, come onde, agitano la superficie del giorno intero. Dove finisce un’onda? Dove comincia l’altra? Quando un sogno viaggia, come un’onda, che cos’è che viaggia?
Nel mare, non è l’acqua a viaggiare: è l’onda che le passa sopra. E l’onda non è una cosa, ma un processo. Non è un’entità, ma “qualcosa che accade”, come dice il fisico teorico Carlo Rovelli, professore a Marsiglia.
L’acqua ondeggia nel mare, l’aria nel suono, la terra nei terremoti, il campo elettromagnetico nella luce e nelle onde radio… E i neuroni nel cervello, dove le onde cerebrali ci giocano la vita, i sogni e le ambizioni.
Nell’ultimo secolo abbiamo scoperto con grande stupore che anche la materia (gli atomi, gli elettroni e le particelle elementari) può considerarsi formata da piccolissime onde. Onde strane, che “vibrano” e corrono e rifrangono proprio come le onde del mare, come le onde di un sogno…
Questo significa che anche la solida realtà, una forchetta per esempio, può essere considerata un processo più che un’entità. Un processo alle intenzioni di ingrassare o di dimagrire, se vogliamo pensare laterale… Ma comunque, una forchetta più che essere una “cosa” che è, diventa un “qualcosa che accade”…
Qualcosa come i miei sogni, che accadono, saziano e ricadono dopo i pasti, alla sera e soprattutto di notte… tra le braccia di quanti di luce da inventare...
8 giugno 2012
Win for life
Come sostiene Vegas Llosa, ciò che rende umano un essere umano, prima ancora della ribellione, è «la capacità di uscire da se stesso e trasformarsi in un altro». E nella finzione letteraria, nella potenza evocativa delle parole, c'è questa "civiltà". L'inquietudine, i desideri migliori, lo spirito critico, l'immaginazione... cominciano sempre da questo viaggio.
Un altro modo di viaggiare è "correre". Anche correre può diventare "altro da sé", movimento puro e ripetitivo, una sorta di "mantra" del corpo che condiziona la psiche e ne esprime l'inerzia muscolare di pensiero. Sembra una contraddizione, ma non lo è: i neuroni "che corrono" vorrebbero "continuare a correre", ed esprimono la loro "muscolatura" come in qualunque altra attività.
Si abituano e si soddisfano elettricamente e chimicamente. Vincono per la vita. Un po’ come in amore. E si predispongono per ricevere, come fosse "un altro" dono, ogni sorta di regalo, interiore ed esteriore, e sempre più avidamente...
Un altro modo di viaggiare è "correre". Anche correre può diventare "altro da sé", movimento puro e ripetitivo, una sorta di "mantra" del corpo che condiziona la psiche e ne esprime l'inerzia muscolare di pensiero. Sembra una contraddizione, ma non lo è: i neuroni "che corrono" vorrebbero "continuare a correre", ed esprimono la loro "muscolatura" come in qualunque altra attività.
Si abituano e si soddisfano elettricamente e chimicamente. Vincono per la vita. Un po’ come in amore. E si predispongono per ricevere, come fosse "un altro" dono, ogni sorta di regalo, interiore ed esteriore, e sempre più avidamente...
7 giugno 2012
Biomedicale
Nei libri mi perdo sempre. Le parole si agitano e cambiano il senso di ogni frase. Specialmente quando leggo con gli occhi chiusi...
Sarà che in fantasia dormo più di tutti, e che in realtà sono insonne, ma felice...
Sarà che in fantasia dormo più di tutti, e che in realtà sono insonne, ma felice...
6 giugno 2012
Il sorriso
Tanti minuti in mezzo al corpo.
E’ tutto ciò che serve per conoscere di me
di te
sul bordo di pelle di paradiso
un sorriso
aspetta il turno per entrare
e rimbalzare…
E’ tutto ciò che serve per conoscere di me
di te
sul bordo di pelle di paradiso
un sorriso
aspetta il turno per entrare
e rimbalzare…
2 giugno 2012
Ogni giorno...
Ogni giorno di più...
Il tempo duole, barcolla, muore.
Poi riappare, oltre il mare un'alba nuova.
E' una dimora; e ogni giorno
è più giorno e ogni senso
è più denso...
Anche il tempo è più tempo.
Ogni giorno di più...
Cambi le stagioni, fai da lavatrice.
Anche i limoni
nella notte passata
hanno assaggiato la tua rugiada...
Il tempo duole, barcolla, muore.
Poi riappare, oltre il mare un'alba nuova.
E' una dimora; e ogni giorno
è più giorno e ogni senso
è più denso...
Anche il tempo è più tempo.
Ogni giorno di più...
Cambi le stagioni, fai da lavatrice.
Anche i limoni
nella notte passata
hanno assaggiato la tua rugiada...
31 maggio 2012
L'equilibrio
“Tutto ciò che uno possiede è per lui che lo possiede ben nascosto. E di tutte le miniere preziose la propria è l’ultima ad essere scavata”. “Molta bontà e forza nascoste non vengono scorte. I più saporiti bocconi non trovano buongustai!” (Così parlò Zarathustra)
Nietzsche ha scoperto l'inconscio e lo ha osservato con occhi molto penetranti. Quando ne descrive qualcosa, genera un’onda tellurica, un sisma profondo che apre zolle d’interiorità e smuove le strutture della coscienza. E per questo è stato spesso dimenticato, incompreso, cacciato dalla paura (umana)…
Gli uomini "non fanno nulla per il loro ego, bensì soltanto per il fantasma dell'ego". Il senso è che gli uomini sono "sconosciuti a se stessi", poiché "vivono in una nebbia di opinioni impersonali". Nietzsche ne individua la ragione nella supremazia degli istinti inconsci sulla coscienza e sull'intelletto.
Il linguaggio, poi, non è in grado di conoscere i nostri sentimenti profondi. E le norme morali, scritte e non scritte, censurano gli impulsi e gli istinti vitali dell’uomo, ne inibiscono la libera espressione: è questo il suo suggestivo “spirito di gravità”.
Gli istinti, di cui non conosciamo né il numero, né la forza, né le reciproche relazioni, non sono il testo, di cui la coscienza sarebbe l'interpretazione: gli istinti, in realtà sono già “interpretazione” di noi stessi.
Sono loro infatti, nella continua ricerca di un soddisfacimento, a interpretare gli stimoli interni ed esterni, e a guidare tutta la nostra vita psichica. Il soddisfacimento è opera del caso: l'esperienza quotidiana getterà "ora a questo ora a quell'istinto, una preda che viene subito avidamente afferrata". Ogni avvenimento della nostra vita è dunque interpretato da un istinto in funzione del suo appagamento. Queste dinamiche sono particolarmente evidenti nel sogno, che Nietzsche considera, vent'anni prima dell'Interpretazione dei sogni di Freud, il soddisfacimento allucinatorio di un istinto rimasto insaziato.
Ne risulta del tutto destituita di fondamento la concezione della coscienza come istanza egemone e interpretante. Essa non è autonoma, ma è interpretazione di un'interpretazione orientata dagli istinti inconsci, "un più o meno fantastico commento di un testo inconscio, forse inconoscibile, e tuttavia sentito".
Io sostengo l’equilibrio. Sento che la mente conscia e quella inconscia sono forze da comprendere profondamente. Se l’inconscio spinge dove la mente soffre, lì si deve fare leva, equilibrare. Se la mente conscia spinge dove l’inconscio fa star male, pure.
Ma se conscio e inconscio desiderano la luna o un viaggio in crociera o semplicemente una doccia calda e rilassante… allora a che serve l’equilibrio? La spinta è una fionda. Un verso, una palla rotonda…
Gli uomini "non fanno nulla per il loro ego, bensì soltanto per il fantasma dell'ego". Il senso è che gli uomini sono "sconosciuti a se stessi", poiché "vivono in una nebbia di opinioni impersonali". Nietzsche ne individua la ragione nella supremazia degli istinti inconsci sulla coscienza e sull'intelletto.
Il linguaggio, poi, non è in grado di conoscere i nostri sentimenti profondi. E le norme morali, scritte e non scritte, censurano gli impulsi e gli istinti vitali dell’uomo, ne inibiscono la libera espressione: è questo il suo suggestivo “spirito di gravità”.
Gli istinti, di cui non conosciamo né il numero, né la forza, né le reciproche relazioni, non sono il testo, di cui la coscienza sarebbe l'interpretazione: gli istinti, in realtà sono già “interpretazione” di noi stessi.
Sono loro infatti, nella continua ricerca di un soddisfacimento, a interpretare gli stimoli interni ed esterni, e a guidare tutta la nostra vita psichica. Il soddisfacimento è opera del caso: l'esperienza quotidiana getterà "ora a questo ora a quell'istinto, una preda che viene subito avidamente afferrata". Ogni avvenimento della nostra vita è dunque interpretato da un istinto in funzione del suo appagamento. Queste dinamiche sono particolarmente evidenti nel sogno, che Nietzsche considera, vent'anni prima dell'Interpretazione dei sogni di Freud, il soddisfacimento allucinatorio di un istinto rimasto insaziato.
Ne risulta del tutto destituita di fondamento la concezione della coscienza come istanza egemone e interpretante. Essa non è autonoma, ma è interpretazione di un'interpretazione orientata dagli istinti inconsci, "un più o meno fantastico commento di un testo inconscio, forse inconoscibile, e tuttavia sentito".
Io sostengo l’equilibrio. Sento che la mente conscia e quella inconscia sono forze da comprendere profondamente. Se l’inconscio spinge dove la mente soffre, lì si deve fare leva, equilibrare. Se la mente conscia spinge dove l’inconscio fa star male, pure.
Ma se conscio e inconscio desiderano la luna o un viaggio in crociera o semplicemente una doccia calda e rilassante… allora a che serve l’equilibrio? La spinta è una fionda. Un verso, una palla rotonda…
28 maggio 2012
I riccetti
Notizie del giorno: calcio scommesse, omicidi, violenze, truffe, terrorismo internazionale, stragi, bufere finanziarie…
Una migliore dell’altra. Un pollice verso la morte dell’Uomo!
Ma perché non torniamo a parlare di cose serie? Un esempio? La scienza… degli ufologi e dei contro ufologi, he he. Quella che sviluppa teorie in grado di cambiare il mondo! hi hi! Un esempio? La teoria secondo cui i cerchi nel grano sono causati dai ricci in amore… Ecco, sì, abbiamo bisogno di tornare nelle tane, come ricci, e studiare l’amore. Del resto, non sappiamo che farcene (del resto).
Altrimenti restiamo abbracciati al mondo che rotola giù e non sa più dove è il fondo…
27 maggio 2012
25 maggio 2012
Il coperchio
"La vita è come andare in bicicletta: se vuoi stare in equilibrio devi muoverti." Albert Einstein
In movimento, con i pensieri dentro. In una pentola, d’incanto. Cuociono lenti, fagioli, contenti o adorano bruciarsi, peperoni, falsi. I nostri mal sopportano la cottura, il fuoco alto, l’arsura: sono umidi e delicati, sono pensieri privati. Hanno un coperchio, vogliono espandersi, ma sono blindati...
Il linguaggio si suddivide tra significante e significato: il significante è il concetto, il simbolo, quello che si vorrebbe esprimere, che si forma nella mente e viene trasmesso per mezzo della comunicazione; il significato invece, secondo Jacques Lacan, è ciò che viene decifrato e capito dal ricevente e, sovente, vi sono delle vere sorprese se si cerca di capire quanto gli altri hanno compreso di ciò che noi volevamo esprimere. Vero?
24 maggio 2012
Il giardino yin
"Il suo giardino ha un orecchio delicato, opposto al mio. Ha occhi grandi e unghie colorate, e non io. Ha limoni gialli e aspri da mangiare. E’ un po’ droga e un po’ erba per curare…"
In ogni tempo, in Cina, i concetti di yin e di yang hanno dominato la filosofia e l'intero pensiero. Il loro ritmare si accorda alla natura femminile per tutto ciò che è yin, e alla natura maschile tutto ciò che è yang.
E’ Yin-femminile: la notte, la luna, il nascosto, l’ombra, il riposo, l'inerzia, le energie istruttrici, la debolezza, mezzanotte, il molle, il negativo, il vuoto, il cavo, la Terra, i pari, la morte, la donna…
E’ Yang-maschile: il giorno, il sole, il manifesto, il movimento, la forza, le energie vivificanti, mezzogiorno, il duro, il positivo, il pieno, il Cielo, i dispari, la vita, l’uomo…
In realtà, ogni cosa è composta - in proporzioni ineguali - di yin e di yang. E tutto si iscrive in leggi periodiche e pendolari ove il movimento e la vita nascono dalle reciproche interazioni dello yin e dello yang.
I giorni e le notti si alternano gradualmente. Lo yang si amplifica con il progredire del giorno e declina lentamente con il crepuscolo, mentre la proporzione di yin aumenta. Allo stesso modo si compenetrano le stagioni nel corso dei mesi, imponendosi come "inspirazione” ed “espirazione” in una grande Respirazione Universale.
Yin e Yang formano la coppia motrice della meccanica cosmica. E quest'alternanza dei due principi fornisce la spiegazione essenziale di tutti i fenomeni naturali.
Il taiji, il cerchio bicolore, è diviso in due parti uguali a forma di mandorle, simmetricamente opposte per mezzo di una curva verticale. Ogni parte presenta un pallino rotondo che simboleggia l'embrione del principio opposto. La parte chiara - yang - presenta un cerchietto scuro, l'embrione di yin, di cui è portatrice. E viceversa. Ogni individuo porta in sé, più o meno accentuati, elementi del sesso opposto.
Nella respirazione, l'inspirazione chiama l'espirazione; nel ciclo cardiaco, la sistole è seguita dalla diastole; il microcosmo umano è a immagine del macrocosmo…
23 maggio 2012
Slow food?
Oggi il sole è caldo. Asseta. Cammino piano piano, e la voglia di gelato s'impossessa di me, mi tocca una mano...
Gnam Gnam. Slurp. Grom Grom... fine. Mi guardo bene.
Ne voglio un altro. Mi pulsano le vene...
Gnam Gnam. Slurp. Grom Grom... fine. Mi guardo bene.
Ne voglio un altro. Mi pulsano le vene...
22 maggio 2012
Colpito alla Mole
Torino, 23 maggio 1953.
Era un tardo pomeriggio di maggio, ed era appena passata una tempesta di sabbia furiosa.
Si avvicina inaspettato il temporale, violentissimo, serale. Colpisce al cuore Torino, e uccide cinque suoi abitanti.
Il vento inarrestabile stronca anche gli ultimi 47 metri della guglia della Mole Antonelliana, che cade nel giardino sottostante sgretolandosi in un cumulo di macerie.
La Mole era il più alto edificio in muratura d'Europa. Più in alto si sale, più si può cadere.
Per chi vuole approfondire:
21 maggio 2012
Sciascia zen
Questo è il mese più bello. E’ un nuovo midollo, una fettina di cavallo e tanto ferro… E’ sangue che allo zero non congela. Una crema di caffè, una mela…
Prego, due sfogliatine e un babbà. Mica sono un quaquaraquà…
20 maggio 2012
18 maggio 2012
Cum grano Zen
Non si può rinunciare alla corsa che germoglia. La terra da semina solleva impronte, e poi gorgoglia. Di desiderio, controluce, vive l’ombra e si riposa. E’ terra silenziosa.
Ma un altro passo s’avventa senza sosta. Spinge il grano, la sua spiga. Un calcio al cielo fa volare col pensiero, come auriga. Il destino chiama, la corsa grida.
Ma un altro passo s’avventa senza sosta. Spinge il grano, la sua spiga. Un calcio al cielo fa volare col pensiero, come auriga. Il destino chiama, la corsa grida.
17 maggio 2012
Il daimon
Il daimon non è di carne ed ossa, e non è un essere spirituale. Non è l'Ego, nè l'Io. E' super partes.
E’ una metafora che aiuta a comprendere qualcosa sulla nostra interiorità.
Il daimon è un’immagine antica, presente con nomi diversi in diverse culture. Nella nostra, potrebbe essere assimilata a quella dell’angelo custode. Nelle culture dell’America Centrale è definito come un “nagual”, un animale sacro, uno spirito guida percepito nelle esperienze di coscienza alterata, quelle che si raggiungono con le droghe psicotrope.
Nell’antica grecia il racconto che più diffusamente ne parla è conosciuto come “Il mito di Er” che Platone riporta nel decimo libro de “La Repubblica”. Si narra di Er, un guerriero caduto in battaglia che si risveglia poco prima d’esser bruciato sul rogo funebre, e si mette a narrare la sua esperienza “fra le vite”. Er racconta di ciò che ha visto nell’aldilà: un luogo in cui le anime si raccolgono dopo aver lasciato il loro corpo terreno, scelgono un nuovo destino da adempiere e poi ridiscendono sulla terra con il loro daimon. Prima, però, il daimon guida l’anima alle tre Moire e l’accompagna nella pianura del fiume Lete, ma non beve l’acqua che invece farà dimenticare all’anima il proprio destino.
Sulla terra, dunque, l’anima percorrerà la propria vita seguendo ciò verso cui è stata orientata.
Ciò che “conduce” è il daimon: una parte dell’uomo che non ha mai scordato la propria natura, la propria scelta. La propria impronta.
Il daimon è il carattere, l’impronta che si dà alle cose quando le si toccano. E’ il modo di porsi nelle relazioni con gli altri. E’ la forza che si mette nelle azioni, soprattutto in quelle guidate dall’istinto, il modo più autentico di esprimersi. E’ ciò che decide la realizzazione di un sogno, di un desiderio. E’ un fuoco che corrode e diventa motivazione e spinta, non “solo volontà”, ma “voglia”…
Sentire il proprio daimon è appassionarsi, coinvolgersi, trarre piacere da ciò che si sta facendo, e farlo bene!
Nell’antica grecia il racconto che più diffusamente ne parla è conosciuto come “Il mito di Er” che Platone riporta nel decimo libro de “La Repubblica”. Si narra di Er, un guerriero caduto in battaglia che si risveglia poco prima d’esser bruciato sul rogo funebre, e si mette a narrare la sua esperienza “fra le vite”. Er racconta di ciò che ha visto nell’aldilà: un luogo in cui le anime si raccolgono dopo aver lasciato il loro corpo terreno, scelgono un nuovo destino da adempiere e poi ridiscendono sulla terra con il loro daimon. Prima, però, il daimon guida l’anima alle tre Moire e l’accompagna nella pianura del fiume Lete, ma non beve l’acqua che invece farà dimenticare all’anima il proprio destino.
Sulla terra, dunque, l’anima percorrerà la propria vita seguendo ciò verso cui è stata orientata.
Ciò che “conduce” è il daimon: una parte dell’uomo che non ha mai scordato la propria natura, la propria scelta. La propria impronta.
Il daimon è il carattere, l’impronta che si dà alle cose quando le si toccano. E’ il modo di porsi nelle relazioni con gli altri. E’ la forza che si mette nelle azioni, soprattutto in quelle guidate dall’istinto, il modo più autentico di esprimersi. E’ ciò che decide la realizzazione di un sogno, di un desiderio. E’ un fuoco che corrode e diventa motivazione e spinta, non “solo volontà”, ma “voglia”…
Sentire il proprio daimon è appassionarsi, coinvolgersi, trarre piacere da ciò che si sta facendo, e farlo bene!
Gli antichi greci chiamavano questo stato eudaimonia: l’essere in armonia con il proprio demone. Una condizione che rende alcune delle moderne definizioni di felicità anemiche e sterili.
Felici si è se ben guidati nel momento delle decisioni, delle scelte, in tempo di crisi. I greci chiamavano kairos il momento decisivo, quello dell’atto cruciale che può fare la differenza tra la vita e la non vita.
C’è libertà di scelta. E l’anima, che sempre metaforizza (lo dice Plotino), sceglie la sua metafora.
Felici si è se ben guidati nel momento delle decisioni, delle scelte, in tempo di crisi. I greci chiamavano kairos il momento decisivo, quello dell’atto cruciale che può fare la differenza tra la vita e la non vita.
C’è libertà di scelta. E l’anima, che sempre metaforizza (lo dice Plotino), sceglie la sua metafora.
16 maggio 2012
Io conosco
La conoscenza di sé, della propria natura, del proprio modo di essere, è il compito fondamentale della vita.
Platone fa dire a Socrate nel Fedro, più o meno così: “io non sono ancora in grado di conoscere me stesso e perciò mi sembra ridicolo, non conoscendo neppure me stesso, indagare su tante cose che mi sono estranee”.
E Galimberti dice più o meno così: “mentre l’animale può anche non conoscere se stesso - perché ha una vita regolata dall’istinto - l’uomo è delegato alla cura di sé. La carenza istintuale libera l’uomo in una terra dove è costretto a reperire la sua misura, cioè la conformità della propria vita a quello che si è”.
“Diventa ciò che sei” diceva Nietzsche, con riferimento al demone che Eraclito segnala come guida della propria condotta. Seguendo il proprio “daimon” si raggiunge l’eudaimonia, ossia la felicità, che non risiede negli oggetti del desiderio, ma proprio nella realizzazione di sé.
Conoscere se stessi significa anche conoscere i propri limiti, perché solo nell’esperienza del limite la vita acquista forma, come l’acquista il fiume che, senza argini, perderebbe la potenza della sua corrente.
Quindi l’uomo riesce a dare forma alla sua vita solo dandosi un limite: questa è l’arte di vivere, continua definizione di quel confine all’interno del quale è possibile esprimere ciò che siamo. E l’ arte del vivere produce un’etica che deve essere una mescolanza di coraggio e prudenza: il coraggio di espandere la vita e la prudenza di non oltrepassare i limiti delle proprie potenzialità.
La consuetudine a praticare l’arte del vivere forgia in noi un’abitudine che i greci chiamavano virtù, cioè la giusta proporzione tra la forza e la saggezza (senza forza, la saggezza diventa ripiegamento e rinuncia all’espressione di sé; senza saggezza, la forza tende ad oltrepassare il limite e a degenerare).
Galimberti ci insegna che la grandezza dell’uomo consiste nel dare forma alla propria forza, quella che Aristotele chiamava “enérgheia”, Spinoza “conatus”, Leibniz “vis”, Schopenhauer “volontà di vita”, Nietzsche “volontà di potenza”, Freud “libido” e ancora… E ogni esistenza ha davanti a sé un bivio: o ha la forza di esistere, o perisce.
Platone fa dire a Socrate nel Fedro, più o meno così: “io non sono ancora in grado di conoscere me stesso e perciò mi sembra ridicolo, non conoscendo neppure me stesso, indagare su tante cose che mi sono estranee”.
E Galimberti dice più o meno così: “mentre l’animale può anche non conoscere se stesso - perché ha una vita regolata dall’istinto - l’uomo è delegato alla cura di sé. La carenza istintuale libera l’uomo in una terra dove è costretto a reperire la sua misura, cioè la conformità della propria vita a quello che si è”.
“Diventa ciò che sei” diceva Nietzsche, con riferimento al demone che Eraclito segnala come guida della propria condotta. Seguendo il proprio “daimon” si raggiunge l’eudaimonia, ossia la felicità, che non risiede negli oggetti del desiderio, ma proprio nella realizzazione di sé.
Conoscere se stessi significa anche conoscere i propri limiti, perché solo nell’esperienza del limite la vita acquista forma, come l’acquista il fiume che, senza argini, perderebbe la potenza della sua corrente.
Quindi l’uomo riesce a dare forma alla sua vita solo dandosi un limite: questa è l’arte di vivere, continua definizione di quel confine all’interno del quale è possibile esprimere ciò che siamo. E l’ arte del vivere produce un’etica che deve essere una mescolanza di coraggio e prudenza: il coraggio di espandere la vita e la prudenza di non oltrepassare i limiti delle proprie potenzialità.
La consuetudine a praticare l’arte del vivere forgia in noi un’abitudine che i greci chiamavano virtù, cioè la giusta proporzione tra la forza e la saggezza (senza forza, la saggezza diventa ripiegamento e rinuncia all’espressione di sé; senza saggezza, la forza tende ad oltrepassare il limite e a degenerare).
Galimberti ci insegna che la grandezza dell’uomo consiste nel dare forma alla propria forza, quella che Aristotele chiamava “enérgheia”, Spinoza “conatus”, Leibniz “vis”, Schopenhauer “volontà di vita”, Nietzsche “volontà di potenza”, Freud “libido” e ancora… E ogni esistenza ha davanti a sé un bivio: o ha la forza di esistere, o perisce.
O vive per il domani, o non vive per il ieri...
15 maggio 2012
13 maggio 2012
10 maggio 2012
L'illuminazione
Le certezze esistono ancora nella vita. Per esempio l'Enel, e i suoi contatori d'energia. La luce è Zen allo stato puro. Il buio è Zen dello Stato, pure...
Speriamo che veda la luce il Decreto per la compensazione tra tasse e crediti, in modo che un'Impresa non debba fare un mutuo per pagare le tasse (che lo Stato vuole subito), quando ha dei crediti magari superiori (che lo Stato si dimentica di restituire)...
E' questione di buon senso: quello sì che dovrebbe essere eZENntasse...
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9 maggio 2012
Il Tunnel
Non arrediamo il nostro tunnel. Percorriamolo senza sosta. Su e giù, se necessario. In ginocchio, con la febbre, senza orario…
Una strada senza uscita vista dall’altra parte è un’uscita di strada. Un nuovo giorno? Una fuga? Uno scontro?
Una strada senza uscita vista dall’altra parte è un’uscita di strada. Un nuovo giorno? Una fuga? Uno scontro?
Aneddoto Zen

C'era una volta uno scalpellino. Viveva in una terra nella quale il massimo privilegio era il potere. Riflettendo sulla sua vita, stabilì che era insoddisfatto della propria condizione esistenziale e decise di diventare l'uomo più potente del suo paese.
Un giorno passò davanti alla casa di un ricco mercante. Attraverso il cancello aperto vide arredi finissimi e visitatori importanti. "Quanto deve essere potente quel mercante!" pensò lo scalpellino. "Vorrei essere al suo posto". Con sua grande sorpresa si trasformò immediatamente nel mercante: aveva più lussi e più potere di quanto avesse mai immaginato, ma era invidiato e detestato da chi stava peggio di lui.
Di lì a qualche giorno gli passò davanti un alto funzionario in portantina, scortato da un drappello di soldati che suonavano il gong. Tutti dovevano inchinarsi davanti a lui, indipendentemente dalla loro ricchezza. "Quanto deve essere potente quel funzionario" pensò il mercante. "Vorrei essere un alto funzionario!". E si trasformò nell'alto ufficiale, trasportato dappertutto in portantina, temuto e odiato da tutti.
Era una torrida giornata estiva, per cui il funzionario si sentiva estremamente a disagio in quell'appiccicosa portantina. Alzò lo sguardo verso il sole, che splendeva orgogliosamente nel cielo, incurante della sua presenza. "Quanto è potente il sole!" pensò. "Vorrei essere il sole!". Si trasformò così nel sole che splendeva impietosamente su tutti, prosciugando i campi, maledetto dagli agricoltori e dai braccianti.
Ma un'enorme nuvola nera si piazzò tra il sole e la terra, per cui la sua luce non poteva più brillare su tutto. "Quanto deve essere potente quella nube temporalesca!" pensò. "Vorrei essere una nuvola!". Allora si tramutò nella nuvola che scaricava acqua sui campi e sui villaggi, tra le invettive di tutti.
Ma scoprì improvvisamente di essere spinto via da una grande forza, e si rese conto che si trattava del vento. "Quanto è potente!" pensò. "Vorrei essere il vento!". Allora si tramutò nel vento che strappava le tegole dai tetti delle case e sradicava gli alberi, temuto e odiato da tutti gli esseri viventi.
Ma dopo un po' andò a sbattere contro una cosa che non si spostava nonostante la forza con cui si abbatteva su di essa: un'enorme e altissima roccia. "Quanto è potente quella roccia!" pensò. "Vorrei essere una roccia!". Fu così che si trasformò in quella roccia, più potente di qualunque altra cosa esistente sulla terra.
Ma mentre si trovava là, udì il suono di un martello che picchiava uno scalpello nella superficie esterna, e si sentì trasformato. "Che cosa potrebbe esserci di più potente di una roccia?" si domandò. Guardò in basso e vide sotto di sé, lontanissima, la figura di uno scalpellino.
8 maggio 2012
La Vita (per adolescenti)
Io non sono cattiva; è che mi disegnano così.
I'm not bad. I'm just drawn that way.
Chi ha incastrato Roger Rabbit? (Jessica Rabbit)
6 maggio 2012
L'Atletica
5 maggio 2012
Il buon senso
“La chiusura dell'ultimo reattore nucleare in Giappone e' una buona notizia per i giapponesi, vittima di numerosi incidenti e del disastro di Fukushima, e per il mondo che del nucleare non ha bisogno'', dichiara il WWF Italia.
Da oggi il Giappone sarà provvisoriamente senza energia nucleare. Le autorità nipponiche hanno infatti deciso di interrompere per manutenzione l'attività dell'ultimo reattore in funzione, quello dell'impianto di Tomari, nella regione di Hokkaido (nord), sui 50 presenti sul territorio.
Gli agenti della centrale spegneranno il reattore questa sera. Il lavoro di manutenzione dovrebbe durare circa 70 giorni, al termine dei quali l'operatore dovrebbe far ripartire l'impianto. Ma questa ipotesi resta molto incerta. Per il momento nessuno dei reattori fermati per gli stress test, dopo il disastro alla centrale di Fukushima è stato riattivato.
Nelle settimane scorse, il premier giapponese, Yoshihiko Noda, ha dichiarato che autorizzerà la riapertura delle centrali nucleari solo dopo l'approvazione da parte delle comunità locali che ospitano gli impianti.
Evviva!
Ma "in Italia, proprio in questi giorni è ripartita - sottolinea il WWF - la campagna dei nuclearisti che, a poco meno di un anno dal secondo plebiscitario responso popolare contro il nucleare, chiedono la revisione del referendum'' ed ''è grave il fatto che a guidare questa nuova mobilitazione degli interessi che si muovono a favore del nucleare, in barba alla ormai dimostrata pericolosità ed anti-economicità di tale tecnologia, sia ancora una volta colui che era stato individuato come presidente dell'autorità di garanzia, il professor Veronesi''. Mi dispiace dirlo, ma troppo spesso l’età non insegna il buon senso!
Il Salone
Nei prossimi giorni (dal 10 al 14 maggio) ci sarà il 25° Salone del Libro di Torino.
Ricordo le prime edizioni. Ne rimasi affascinato. Ancora adesso sento l’odore della colla, della carta, di nuova linfa che entrava nei polmoni e scriveva pagine di sospiri. Non mancavano le esclamazioni di sconfinata ammirazione. La bellezza e lo spazio pieno di parole messe una sopra l’altra scaldavano l’umanità, e la mia generazione.
Oggi su “La Stampa-Tuttolibri” trovo l’inserto che ogni anno richiama al Salone, e la riflessione di Gianni Riotta voglio proprio ritagliarla…
Nel 1962 il quotidiano americano Seattle Times chiese ai lettori che futuro avrebbero avuto i libri nel XXI secolo, cioè ai nostri giorni. Con Kennedy alla Casa Bianca, i Beatles al primo 45 giri «Love me do» e Amintore Fanfani al quarto governo, il nostro presente era futuro remoto e la signora Ross disse «I libri saranno venduti ovunque, anche dal benzinaio» e fece centro. Il signor Clark azzardò «Leggeremo microfilm per mancanza di spazio, guardando i libri su visori speciali in casa, con immagini e suoni…». Ci fu anche chi intravide internet via televisione…Non mancano gli errori blu: «La corsa allo spazio dominerà i libri del XXI secolo», ma a rileggere il Seattle Times, impaginato nel vecchio piombo tipografico, colpisce la fantasia dei lettori 1962. Nessuna acrimonia per la fine della carta, nessuna Apocalisse culturale, grandi attese.Cosa direbbero gli amici di allora guardando un iPad, un e-book, un Kindle, un Nook, un tablet, scaricando il Pdf di una remota biblioteca via Google Books, acquistando un paperback islandese via Amazon? I loro più arditi sogni superati da una magica rivoluzione tecnologica, così radicale da mutare non solo l'industria del sapere, l'editoria, ma anche scuola, società, mass media, scrittura e narrativa.La rivoluzione digitale ci deve far riflettere sulla cultura, prima che sulla tecnologia. Siamo invece affascinati dal “retina display”, che permetterebbe ai prodotti Apple di offrire la massima perfezione d'immagine percepibile dal nostro occhio e non vediamo che la novità profonda tocca i contenuti, non le tecniche. È come se i contemporanei di Gutenberg avessero passato il tempo ad ammirare il suo torchio a caratteri mobili, invece di capire che solo la traduzione della Bibbia in Volgare apre la modernità.Noi, prima generazione digitale, stentiamo a creare nuovi contenuti e, dai siti dei quotidiani agli e-books, travasiamo testi tradizionali in formato elettronico, restando frustrati se il pubblico anticipa il futuro con la libera fantasia dei lettori Seattle Times 1962. Quando sul social media Pinterest nascono «board», lavagne elettroniche che sono affreschi di memoria e immagini. Quando Twitter, nato per messaggini tra amici, collega i link di qualità giornalistica del pianeta, facendovi seguire in diretta la battaglia di Kabul, tweet dopo tweet.Ma quando Iliade ed Odissea non vennero più cantate ma trasmesse con la scrittura inventata dapprima a Micene, non pochi si saranno lagnati della perdita di calore ai banchetti. E quando la pergamena contese il campo al papiro - i rotoli del Mar Morto usano entrambi i supporti, dopo una crisi delle esportazioni da Alessandria - la vecchia guardia avrà mugugnato, nell'equivalente a Qumran di un elzeviro di Terza Pagina, «La civiltà è perduta!».Il web non cancellerà l'informazione seria, gli e-book non oscureranno Lao Tzu, Dante e Shakespeare. I lettori su Kindle, Nook e iPad leggono anche molti più libri di carta della media…Nella più bella e meno letta delle Lezioni americane, «Molteplicità», Calvino conclude che il romanzo e la conoscenza sono «una rete», anticipando di dieci anni il web. La sfida non è contrastare la rete, ma navigarla con raziocinio. Dite che Wikipedia ha inventato l'autore collettivo? Macché, già Bibbia, Odissea, Mahabharata, fiabe e ciclo di Re Artù avevano un autore collettivo.Il digitale ci riporta alle radici del sapere, non le sradica: Calvino lo capì per primo e a questo Salone sarebbe felice per le sue profezie avverate. Quanto ai predicatori di sventura digitale non ascoltiamoli troppo: nel 1894 il Times di Londra previde che entro il 1950 la città sarebbe stata sepolta da tre metri di sterco di cavallo. Non calcolava l'auto, perché chi guarda al futuro come un nuovo presente sbaglia. Sempre ;).
4 maggio 2012
Il tesoro
Il cervello delle persone timide percepisce il mondo esterno in modo diverso rispetto a quanto accade per i soggetti estroversi. E si attiva per una lavorazione più profonda degli input. Lo hanno rivelato i ricercatori della Stony Brook University di New York, dell'Università del Sud Est e dell'Accademia Cinese delle Scienze, indagando i meccanismi che regolano l'introversione.
"Sensibilità per la Percezione Sensoriale - SPS": è questo il tratto della personalità che porta il 5-6% della popolazione mondiale a comportarsi in modo inibito o addirittura nevrotico. Chi nasce con questa predisposizione risulta più sensibile della media agli input del mondo esterno e necessita di maggior tempo per prendere decisioni e riflettere.
I soggetti "altamente sensibili" sono più coscienziosi, si annoiano facilmente con le chiacchiere inutili e manifestano queste caratteristiche fin da piccoli. Le persone timide vivono le proprie esperienze con più intensità, pagando il prezzo di un’intolleranza genetica a rumore, dolore e caffeina, ovvero a tutto ciò che potenzialmente può minare l'equilibrio del sistema nervoso.
La timidezza si riscontra non solo nell’uomo, ma in oltre 100 specie animali diverse, dai moscerini della frutta ai primati. I biologi hanno iniziato a valutare l'ipotesi che nella stessa specie vi siano 2 personalità vincenti: il sensibile, che rappresenta una minoranza e sceglie di riflettere più a lungo prima di agire, e quello capace di spingersi oltre ogni limite. La strategia della persona timida non è vantaggiosa quando le risorse sono abbondanti o c'è bisogno di azioni veloci e aggressive, ma è utile nelle situazioni di pericolo, quando è più difficile scegliere fra due opportunità ed è necessario un approccio particolarmente cauto e intelligente.
"Considerare l'introversione come un limite è un errore madornale", precisa lo psichiatra psicanalista Luigi Anepeta, presidente della Lega Italiana per la tutela dei Diritti degli Introversi (LIDI) ed autore del libro "Timido, docile, ardente. Manuale per capire ed accettare valori e limiti dell'introversione (propria o altrui)".
Il 60% dei personaggi più geniali di tutti i tempi, infatti, da Nietzsche a Marx, erano degli introversi e questa condizione, un modo di essere come un altro, arricchisce moltissimo. Ma purtroppo il mondo moderno ha deciso di esaltare l'estroversione ed emarginare il diverso. E questo è un errore sociale. Ma i sensibili sapranno proteggere i loro forzieri. E alla fine li apriranno solo per sè, o per un altro tesoro incontrato.
"Sensibilità per la Percezione Sensoriale - SPS": è questo il tratto della personalità che porta il 5-6% della popolazione mondiale a comportarsi in modo inibito o addirittura nevrotico. Chi nasce con questa predisposizione risulta più sensibile della media agli input del mondo esterno e necessita di maggior tempo per prendere decisioni e riflettere.
I soggetti "altamente sensibili" sono più coscienziosi, si annoiano facilmente con le chiacchiere inutili e manifestano queste caratteristiche fin da piccoli. Le persone timide vivono le proprie esperienze con più intensità, pagando il prezzo di un’intolleranza genetica a rumore, dolore e caffeina, ovvero a tutto ciò che potenzialmente può minare l'equilibrio del sistema nervoso.
La timidezza si riscontra non solo nell’uomo, ma in oltre 100 specie animali diverse, dai moscerini della frutta ai primati. I biologi hanno iniziato a valutare l'ipotesi che nella stessa specie vi siano 2 personalità vincenti: il sensibile, che rappresenta una minoranza e sceglie di riflettere più a lungo prima di agire, e quello capace di spingersi oltre ogni limite. La strategia della persona timida non è vantaggiosa quando le risorse sono abbondanti o c'è bisogno di azioni veloci e aggressive, ma è utile nelle situazioni di pericolo, quando è più difficile scegliere fra due opportunità ed è necessario un approccio particolarmente cauto e intelligente.
"Considerare l'introversione come un limite è un errore madornale", precisa lo psichiatra psicanalista Luigi Anepeta, presidente della Lega Italiana per la tutela dei Diritti degli Introversi (LIDI) ed autore del libro "Timido, docile, ardente. Manuale per capire ed accettare valori e limiti dell'introversione (propria o altrui)".
Il 60% dei personaggi più geniali di tutti i tempi, infatti, da Nietzsche a Marx, erano degli introversi e questa condizione, un modo di essere come un altro, arricchisce moltissimo. Ma purtroppo il mondo moderno ha deciso di esaltare l'estroversione ed emarginare il diverso. E questo è un errore sociale. Ma i sensibili sapranno proteggere i loro forzieri. E alla fine li apriranno solo per sè, o per un altro tesoro incontrato.
2 maggio 2012
Le trattenute
Questa sera ho indossato il mio secondo nome (Michele), pantaloncini e maglietta Kalenji (aerodinamici e aderenti) solo per volare con la squadriglia degli arcangeli Gabriele e Raffaele, già pronti sulle rotte grugliaschesi dei “mercati generali”.
Il sole quasi all’orizzonte invitava a ricordare le gesta di Icaro. E così da terra ci siam sollevati, come pulci con le ali…
Quattro serie di “ripetute” da 2000 metri con recupero “lento” di 4 minuti, il nostro piano di volo… Ripetute ben dosate per me e Raffaele (il più veloce). Più che altro trattenute per Gabriele, affaticato, incavolato e sottotono, ma caparbiamente portate a compimento.
Una cosa è certa: al "bar Rizzo" hanno insegnato a trattenere le lacrime e a stringere i denti... anche agli angeli ripetenti!
Il sole quasi all’orizzonte invitava a ricordare le gesta di Icaro. E così da terra ci siam sollevati, come pulci con le ali…
Quattro serie di “ripetute” da 2000 metri con recupero “lento” di 4 minuti, il nostro piano di volo… Ripetute ben dosate per me e Raffaele (il più veloce). Più che altro trattenute per Gabriele, affaticato, incavolato e sottotono, ma caparbiamente portate a compimento.
Una cosa è certa: al "bar Rizzo" hanno insegnato a trattenere le lacrime e a stringere i denti... anche agli angeli ripetenti!
1 maggio 2012
Il paracadute
Ad alta quota il mio tempo dura. E’ ghiaccio, tra aria pura, salito dal mare. E ogni cosa ha congelato, il rumore, le parole, il senso stesso del volare.
Tra cirri accumulati sotto il paradiso, d’improvviso, un sorriso. Pare un raggio di sole che acceca, fa cadere. Senza paracadute, allargo le braccia, vorrei precipitare…
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