26 dicembre 2012

La tagliagambe

Santo Stefano (special training), la "tagliaunghie" come la chiama Gabriele, la "tagliafuoco" come dovrebbe chiamarsi...
In altre parole un allenamento molto impegnativo per tutti. La tagliagambe?

Ci ritroviamo a nebbia leggermente diradata, questa mattina ore 9:00, nella piazzetta di Caselette, a una ventina di km da Torino. Siamo ai piedi del monte Musinè. Qualcuno osserva la grande croce alla sommità, visibile per pochi istanti tra la nebbia, sullo sfondo azzurro e propone la salita, ma si decide per una corsetta più rilassante lungo le pendici della strada "tagliafuoco" che apre alla Valle di Susa.

Siamo meno del previsto, ma ci siamo, ed ecco la foto di gruppo.

 


Per sicurezza ne facciamo una seconda:


Roberto, Gianni, Gabriele, Giuliano, Domenico, io e Raffaele seduto.


Il meteo è buono. Ci sono 4  gradi, ma c'è molta umidità. Inizia l'allenamento e iniziano i racconti di Natale. Perchè "Natale è Natale", dice Domenico, "e a me piace così, in famiglia e senza stress; ogni giorno hai già la tua gara da concludere, quella che ti riserva la vita...".

La strada sterrata si apre - dopo un chilometro scarso - in un ampio prato dove in primavera spuntano i pic-nic, e dove giocavo da ragazzo. Si vola sul tappeto verde, ed anche i fili del passato spariscono in un batter di ciglia.

Inizia il primo dei tre cunei di salita-discesa del tracciato complessivo di 20 km dell'allenamento. In cinque (escludendo Domenico e Giuliano) si corre per la prima volta su questa strada, anzichè camminare piano piano.

Nei primi 6 km copriamo un dislivello di circa 150 metri in salita e qualcosa meno in discesa, è il primo cuneo.

Ci ritroviamo ignari di ciò che ci attende alla base del secondo cuneo, in una grande pineta di altissimi pini neri. Domenico sorride, per lui è un gioco da ragazzi. Noi ridacchiamo, ma ben presto iniziamo a ribollire come vecchie locomotive nella interminabile salita!

Sono 25o metri di dislivello in salita, faticosissimi, su fondo senza troppe pietre e inclinazione tale da imporre a me, a Gabriele e  Roberto una serie di fermate a camminata veloce. I top Giuliano e Domenico insieme a Raffaele sono già fuori visuale. Gianni tiene un buon passo, ma "com'è dura la salita, in gioco c'è la vita... uno su mille ce la fa"... E così ricordo "se sei a terra non strisciare mai, se ti diranno sei finito non ci credere, finchè non suona la campana vai!". Gabriele docet.

La vita è come la marea... E ora ci ritiriamo a quota 35o metri. Una volata in discesa, lunghissima, chilometrica, rigenerante... Io e Domenico prendiamo il largo e immaginiamo di essere in bicicletta! Al fondo, stremati, siamo ad Almese. Qui tutti assieme valutiamo le varianti al tracciato che si aprono in un piccolo spazio limpido e soleggiato. Siamo felici di esserci, ma terrorizzati di rifare la strada al contrario. Giuliano conosce una scorciatoia su strada per tornare alla pineta, al termine del primo cuneo. Meno male!

Così corricchiamo con le prime carenze di glicogeno. E immaginiamo il cervello che detta le sue regole di recupero. Ci raccontiamo le nostre esperienze di lunghi tragitti, i ricordi dei cross più veloci, un po' deformati come è giusto che sia.

Il terzo cuneo è uguale al primo. Nella salita perdiamo Roberto, affaticato assai... In realtà si ferma a fare due fotografie alla Sacra di San Michele, imperiosa sull'altro versante della Valle, e alle quattro cime innevate oltre i 2800 metri del parco dell'Orsiera-Rocciavrè, pieni di ricordi estivi.

Si tratta di tre minuti di recupero, prima dell'ultima discesa lunga verso la base. Sono circa 3 km che maciniamo a poco più di 4' al km. Fantastico!

Peccato che nella discesa la nebbia sopraggiunga a cancellare i colori e a raffreddare l'aria maledettamente...

Riepilogando, il dislivello positivo (D+) dell'allenamento di oggi è il seguente: 150+250+200 = 600 metri circa.

L'appuntamento è per domenica 30 dicembre: un altro "special training", dal Castello di Rivoli per la collina morenica, con passaggio sul Moncuni (650 m).

Vieni anche tu?

23 dicembre 2012

Allenamento a zero

Lo zero termico di questa domenica scende dal cielo e ci abbraccia tra le note di un Christmas blues malinconico e appassionato.


Il pentagramma si riempie di note colorate, abbozzate, instabili, mentre la gomma cancella le tracce di rock dall'asfalto.

"You have the blue devils", direbbe un Inglese, per esprimere la sofferenza e l'infelicità di una corsa senza motivo evidente, votata all'obbligo di sfinire i piccoli o grandi demoni interiori che scalpitano in prossimità di ogni vigilia.

Eppure noi ci divertiamo. Furio dice che "se vuoi arrivare primo devi correre da solo, ma se vuoi arrivare lontano devi camminare insieme".



Abbiamo affrontato i 17 km d'allenamento verso (e oltre) il Castello di Rivoli. Un classico itinerario che diventa magico in mezzo a prati ghiacciati, alla terra lucida, alle pietre insidiose e alle foglie scivolose. Un viaggio attento a non inciampare in troppe novità naturali. Un addestramento per i nostri prossimi trail. Perchè di questo si è parlato.



Il 2013 è tutto un ribollir di tini e di confini da esplorare e valicare insieme. Uno tira l'altro. Un confine apre la via a nuove conquiste e ad altri confini. Le mappe Fidal sono ricchissime: strada, cross, trail, ultratrail... Non resta che da scegliere. Non resta che scappare?


21 dicembre 2012

Verso Itaca... e oltre!

In questi giorni sono stato in viaggio. Nulla di che, nessun posto lontano, solo luoghi e persone da scoprire. Luoghi molto chiusi e molto aperti, e persone altrettanto sconfinate.

Il viaggio verso Itaca è appena cominciato. Immagino sia un'isola rocciosa molto verde e molto blu che solca l'orizzonte sconosciuto. Un movimento incerto, una teoria della sapienza che qualcuno ha definito necessaria per la vita.

Il viaggio include il conosciuto (known), include nuove spiegazioni (unknown) e forse l'inconcepibile (unknowable). In questa dinamica l'uomo può agire per cambiare le cose e ridurre l'incertezza. Intraprendere, innovare, imparare e poi vincere la paura.

Itaca sorge al largo della costa orientale di Cefalonia, in gran parte incontaminata dal mondo. Ma potrebbe essere da tutt'altra parte, nel tempo. Non un luogo per consumatori, ma un termine, una fine, che produce esistenza per un fine.


Konstantinos Kavafis nel 1911 scriveva la poesia "Itaca". Un simbolo che contiene l’origine, la ragione e la meta del lungo viaggio, simile a quello di Ulisse, e a quello di ogni uomo che attraversa la vita. Il viaggio deve essere ricco di esperienze, non va affrettato, e l’arrivo non deve essere prematuro. Ulisse e Itaca sono in simbiosi, ma l'isola è la meta apparente del viaggio, la motivazione e lo stimolo per muoversi, conoscere ed apprendere.

“Tieni Itaca sempre nella tua mente durante il tuo viaggio e ringraziala di averti dato un viaggio meraviglioso. Senza Itaca non saresti mai partito.”

Nell’interpretazione della poesia di Kavafis c'è sia l’Ulisse di Omero che quello di Dante.

Omero immagina Ulisse e assolve l'uomo in cerca di soluzioni, la capacità dell’ingegno di superare avversità e ostacoli con astuzia e buon senso, con qualche azzardo, ma senza bisogno della protezione degli dei.

Dante immagina Ulisse e condanna l'uomo che inganna con l'ingegno, nella bolgia dei consiglieri fraudolenti, nonostante lo elevi a condottiero quando richiama i suoi compagni e dice: “considerate la vostra semenza: fatti non foste a viver come bruti ma per seguir virtute e canoscenza.”

Kavafis vive Ulisse ed esige per l'uomo il peregrinare. Invita al viaggio e alla scoperta e, come Omero, non giudica. La libertà viene esercitata nella scelta della strada, nel percorrerla verso Itaca, stimolando pure l'etica.  

Impariamo da Kavafis a vivere Ulisse. Almeno un pochino, allontaniamoci dai Lestrigoni e dai Ciclopi che affollano l'anima, specialmente quando l'inverno chiuderà un altro anno fuori da noi, e ritarderà l'approdo, ma non il viaggio nè la memoria.   


16 dicembre 2012

Corse ricostituenti...

Il tempo non inganna. E così è già quasi natale, e tutti si corre più buoni, neh? Lo so, è natale con la n-minuscola, ma dappertutto è bianco e rosso e invita a partecipare. Nei paesini come nelle metropoli è tutta un'edizione speciale di monopòli podistici di babbo natale.

"Babbo Running" in costume, oggi a Milano, all'insegna della solidarietà, l'unica realtà che unita allo sport indica la direzione per un nuovo senso della vita. Pochi chilometri, non serve stancarsi troppo per essere migliori. Si parte tardi, per potersi godere il sabato sera. Tutti riuniti alle 10 e mezza, partenza da Babbolandia Village, animazioni, show, dj set e per finire il Babborunning Party, perchè mangiare insieme è anche vivere insieme...

"La corsa dei Babbi Natale" in costume, oggi a Torino, all'insegna della solidarietà, l'unica illusione che separata dallo sport continua a dirigere il senso politico della nazione. E' la nostra Nazione che vaga in cerca della sua Costituzione, dei babbi natale che hanno voglia di abbracciarsi. Gli abiti di papà Noel sono stati distribuiti a tutti; speriamo sia un buon segno!

E' così di città in città. Di paese in paese...

Avrei voluto esserci dappertutto anch'io. Ed è stato così. In un minuto ho girato l'Italia, la mia patria, dal nord gelato al limone al sud semifreddo alla vaniglia... fino al riscaldamento a ritmo di “Gangnamstyle" in piazza San Pietro...





13 dicembre 2012

Do you spread?

Lo spread indica la differenza tra i rendimenti dei titoli di Stato di un Paese europeo e quello delle obbligazioni della Germania, lo Stato considerato più affidabile nel Vecchio Continente sotto il profilo economico.

Se le banche acquistano i titoli di Stato di un Paese europeo, allora lo spread indica anche la differenza tra i rendimenti che le banche arrivano a chiedere a quello Stato e lo zero o il meno in circolazione dovuto alla crisi finanziaria mondiale... 

Grillo giustamente sentenzia:
"Lo spread è qualcosa di completamente staccato dall'economia. Lo spread è un'allucinazione mentale di speculazione bancaria, perché il nostro debito è in mano per metà a banche straniere che cercano di far alzare il tasso di interesse per guadagnare di più".

Infatti...

I titoli di Stato italiani possono essere acquistati sia con l’asta del Tesoro sia sul mercato secondario, cioè sul mercato obbligazionario telematico. Le obbligazioni emesse dal ministero dell’Economia (il Tesoro), per finanziare il debito pubblico, hanno un prezzo che è il punto d’incontro tra la domanda di chi vuole comprare e l’offerta di chi vende. Ma chi vuole comprare? Le banche, naturalmente, vere e proprie iene d'aste del Tesoro, in questi tempi di crisi.

Il Tesoro fissa la quantità e un valore indicativo di titoli che intende vendere e il valore della cedola, ovvero gli interessi che verranno pagati a chi acquista i bond governativi. All’asta, che viene effettuata presso la Banca d’Italia, partecipano gli operatori autorizzati, cioè banche, società d’intermediazione mobiliare (Sim) e altre istituzioni finanziarie. Anche i risparmiatori (normali) possono acquistare titoli all’asta, sempre tramite una banca o un intermediario. Entro le ore 11:00 del giorno dell’asta gli operatori inviano per via telematica, usando la rete nazionale interbancaria, le domande d’acquisto con una proposta di prezzo e quantità di titoli. Ogni operatore può presentare fino a un massimo di tre domande per ogni titolo offerto. Il prezzo definitivo è l’ultimo o prezzo marginale, cioè quello che consente che l’asta venga integralmente sottoscritta.

Il meccanismo è dunque maledettamente manovrabile da chi - banche, raggruppamenti di banche e simili mostri altamente liquidi - ha soldi e interesse a tenere alto il rendimento per obbligare il Paese a sdebitarsi.

E chi paga?




9 dicembre 2012

Giù dai Monti...

Il focus di Fiorello:



Il focus di Al Pacino (discorso dello Spogliatoio):


"Siamo all'inferno signori miei, credeteci... o risorgiamo adesso come collettivo o saremo annientati individualmente... è il football ragazzi... è tutto qui"...

(Tony D'Amato, dal film: "Ogni maledetta domenica")



8 dicembre 2012

L'indiano

Ad est c'è la bora, al centro piove di maestrale, come al sud di tramontana. Sopra tutto si congela quella candida neve che sferza l'incanto natalizio. L'Europa intera batte i denti, e trema anche l'Italia che applaude i suoi vecchi paperoni... Siamo troppo buoni, siamo forse un po' conigli, sicuramente -oni -oni...

In questo angolo di mondo, però, c'è il sole nel tramonto che esegue i suoi script di arresto dell'inverno (e del governo).

E' all'ovest la finestra di colori in tema con l'autunno. Qui il freddo sfugge alla chiusura e s'inabissa nel cielo azzurro mare, più profondo all'orizzonte; sfuma dal granturco al malto, dalle nespole all'uva, e fa da cerniera tra le cime frastagliate che salgono da terra e la luce delle spalle.

E' all'ovest lo skyrunner di frontiera ancora da scoprire, lo sceriffo della legge improvvisata, il sognatore da Far West lontano, da Wild West selvaggio, da Old West vecchio e saggio?

Nel West il tempo è migliore. La conquista si fatica metro per metro, nelle asprezze naturali, con la forza d'animo e le armi originali... Ci sono pionieri,  cow boy e banditi; cercatori d'oro, pellegrini e... gli indiani. Li vedo sopra i tetti danzare intorno al fuoco di colori che divampa, immortali.

Come un pellerossa mi sono travestito, e nel cielo incamminato. Ho preso tutti i colori del tramonto in una sola facciata, in una sola falcata. Un paio di balzi, e sono sparito nel buio...

Qui ci sono già le stelle. Una è quella di Telethon che illumina, genetica, l'essere umano. Domani si corre un pò per lei, la Royal Half Marathon di Torino, e speriamo che la solidarietà vinca su ogni "riserva" indigena, indiana e italiana, che non trova i fondi per la "ricerca" di nessun tipo (o quasi).


5 dicembre 2012

La corsa è.

Un monaco domandò al maestro: "Che cos'è il sé?"
E lui rispose: "A che ti serve?"

Provo a meditare? La meditazione è una domanda? Può darsi, ma certamente non è la risposta alla domanda "Che cos'è il sé?"; non è la ricerca del sé, l'indagine intorno al sé, e neppure la riappropriazione del sé, ammesso che si possa vivere disappropriati; non è la risoluzione di un problema e non è la conclusione di un ragionamento. Non è un mucchio d'altre cose...

Qualcuno ai confini dell'occidente sostiene che la meditazione è l'abbandono di tutto ciò, l'arte dell'abbandono in sé e per sé; abbandono di tutto e abbandono al tutto; esperienza trasformante, che paradossalmente non trasforma niente.

Ai confini del mio allenamento anch'io lo sostengo. Non c'è cambiamento, nulla che venga trasformato, ma solo pura esperienza (del vento), semplice stato d'essere e consapevolezza, disincantato guardare attraverso la polvere, la polvere...

E accorgersi che non c'è un manuale di istruzioni per il corpo che cambia e domanda, blocca, rimugina, intrappola la mente nell'ennesima scusa per rimanere a dormire.

La corsa è meditazione, arte di semplicità: non si ferma davanti a nulla. Solo ciò che serve è proprio ad essa, il resto non le appartiene. La corsa è il tacere di ogni sovrappiù: "A che ti serve?" non serve chiederlo. La corsa è esperienza del sé, non conoscenza, non risposta, non formula matematica, non radice filosofica, non definizione psicologica...

La corsa, forse, è.




2 dicembre 2012

Aloha, Aloe...

La vita è un’avventura che inizia da dentro e si pedala da fuori. Tutto parte dal cervello. La passione è il fuoco. Qualsiasi cosa tu faccia, fallo con passione. E guarda avanti, la vera sfida è con te stesso...

Così dice Luca Masserini, freerider straordinario. Ecco il filmato realizzato per Deejay TV.

Un'avventura che inizia da dentro e si corre da fuori. Mhm, quant'è vero! Ci vuole pioggia, vento e sangue nelle vene...

L'allenamento nella nebbia oggi sfuma perchè la gola brucia maledettamente. Eppure Eolo spira e sopra tutto è già Sole che lenisce alato, radioso Horus...

Precipito all'alba dell'Egitto. Vedo sculture in pietra dalla finestra di casa... E piante a parlarmi di sfida. Un giglio del deserto spunta nella gola sabbiosa, e deglutisco. E' una pianta che brucia e trasforma la mia rabbia in fiele d'elefante... Hotel Transilvanya per i mostri interiori che mi trattengono al castello...

Eolo, gelido e impetuoso... Ora soffi al contrario... Oloe... Aloe! Aloha, è il mio saluto a chi è riuscito a partire in questa gelida mattina; aloha è un cratere sulla luna che guarda spento altri colori...

Aloe,  sì, ecco cosa ci vorrebbe. La pianta dell’immortalità, dono per i faraoni, unguento per ferite. Aloe anche chiamata "pianta che brucia", "giglio del deserto", "fiele di elefante"... Ma che compatibilità, che contabilità... di gradi sotto lo zero.

***

"Mi sta proprio sulle balle invecchiare", dice ancora Luca..." Me le cercherò io le prossime sfide, altre arriveranno, ma... Who knows".

***

Intanto il sole si spegne... E io sto male. Il cielo sembra un mare che inghiotte tutto... Il freddo cancella la vita. Addio amici delle montagne. Un altro Luca, Francesco e Damiano...

Il massiccio del Dome des Ecrins:



Gli alpinisti dispersi:


27 novembre 2012

L'identità di Eulero

Dalla fantascienza di Blade Runner sappiamo che ci sono cose che noi umani non potremmo mai immaginare, come "navi da combattimento in fiamme al largo dei bastioni di Orione", o strani raggi balenare nel buio vicino alle porte di Tannhäuser, chissà in quale universo. Passato da replicante, militante nei corpi speciali extra-mondo, il grande Rutger Hauer sente che "tutti quei momenti andranno perduti nel tempo, come lacrime nella pioggia". E conclude: "È tempo di morire".

Correndo in salita, concludo come il replicante... E penso che il record mondiale del chilometro verticale, 30 minuti e 55 secondi, stabilito dal giovane Bernard Dematteis, a luglio in Val Chiavenna, è un tempo da extraterrestre. Ho avuto modo di vedere e salutare personalmente Bernard, al cross di Scarmagno, all'inizio del 2012. Certo un replicante, un cuore da equazione divina. Geneticamente dotato, ha soffiato il primato al fratello Martin. Sono sequenze familiari che andrebbero approfondite.

Dalla fantascienza alla realtà, nello sport e nella matematica. Il salto è casuale, bello, eu-lero.

“Eulero calcolava senza sforzo apparente, così come gli uomini respirano o le aquile si sostengono nel vento”. Così infatti diceva il matematico e fisico francese François Arago.

Tutti quei calcoli andranno perduti nel tempo, come lacrime nella pioggia... No, non è tempo di morire (per la matematica). E se esistesse un modo perfetto per morire, sarebbe proprio quello toccato in sorte a lui, il grande matematico svizzero Leonhard Paul Euler, alias Eulero.

Colui che già da vivo era stato accostato a Pitagora, Euclide e Newton, che ha indagato ogni branca della disciplina madre dalla geometria alla trigonometria, dal calcolo infinitesimale all'analisi, dedicandosi anche alla fisica e all'astronomia, concluse la sua vita così come l'aveva vissuta: stando insieme alle persone più care e facendo ciò che più amava, in una giornata di fine estate del 1783, a settantasei anni suonati. Eulero ricordava ancora perfettamente tutte le formule matematiche più importanti, le potenze fino al quarto grado e L'Eneide di Virgilio parola per parola.  Aveva perso l'occhio destro appena trentenne. Era il “Ciclope della Matematica”, come lo chiamava Federico il Grande di Prussia. Poi aveva perso anche la vista dell'occhio sinistro, quindici anni prima di morire, ma nulla lo distoglieva dalla sua passione, la matematica.

Ma veniamo al giorno di fine estate del 1783. Dedicata la mattinata alla sua amata matematica, Eulero aveva pranzato piacevolmente insieme a tutta la famiglia e ad alcuni amici nella sua casa di San Pietroburgo. Ad animare il pranzo erano state le conversazioni sui palloni volanti dei fratelli Montgolfier e la recente scoperta di Urano. Poi improvvisamente, quando ormai si erano fatte le cinque del pomeriggio, il genio svizzero venne colpito da emorragia cerebrale e morì sul colpo. Anzi, come disse il matematico francese Nicolas de Condorcet: “il cessa de calculer et de vivre”.

I contributi di Eulero sono inestimabili. Quando studiavo, era tra i nomi che firmavano i più straordinari teoremi, sempre sparso come l'origano sulle pastasciutte immaginarie delle dimostrazioni indigeste.

Correndo si va in cerca della propria identità, e qualcosa si trova. Ci si deve accontentare. Certo non sarà una formula magica ad identificare noi umani...

Ma l'identità di Eulero è la formula più bella della matematica, a detta degli esperti, da Feynman in poi. E questa mi accompagna nei pensieri di qualunque natura, reale o immaginaria, ormai da sempre.

Eccola, finalmente:


... un numero irrazionale (e) che elevato ad un altro numero irrazionale (pigreco) moltiplicato per un numero immaginario (i) dà come risultato -1!

Ci sono tutti i protagonisti e operatori ecologici e matematici fondamentali, compresi lo zero e l'uno.

La realtà supera la fantasia.

Qualcuno potrebbe concludere che un matematico è il modo che ha la mente di sapere qualcosa sulla fantasia, così come qualcuno già ha concluso che un fisico è il modo che ha l'atomo di sapere qualcosa sugli atomi...

Io concludo che tra la fisica, il fisico e la matematica ci sono legami di sangue, naturalmente capaci di stupire chi lo desidera. E chi desidera con entusiasmo.



24 novembre 2012

Trail(er)

Ieri sera ho vissuto un nuovo tipo di allenamento. Intensi chilometri per congiungere la città di superficie, esteriore, con il tempio sotterraneo, interiore. Nel viaggio, la percezione di un corpo in movimento pronto a riconoscersi e a superarsi, in bilico tra scale, pietre, sudori e sensi di vertigine. Che stupori, che vapori. Saliscendi immaginari. Itinerari e mappe evolutive...


C'è chi sostiene che la vita esteriore è come un fiore, e la vita interiore è come la sua fragranza. Senza profumo, non si apprezza il fiore. Il corpo e l'anima sono prati da attraversare nel movimento e nella meditazione. Alla sensibilità dello spirito si deve la percezione della natura interiore, e il desiderio di nuove escursioni. Allenare la vita spirituale ha la capacità di trasformare il corpo fisico. Si può attingere alle energie più profonde.

Occorre imparare a farlo. Certi allenamenti solitari, le maratone, i supertrail, sono eccellenti fonti di esercizi spirituali. Occorre interpretare i segni, seguire le tracce, cercare il motivo, sfidare il divino, desiderare il sacro, immaginare il traguardo e conquistarlo. Occorre un atteggiamento vincente per mantenersi in forma, pronti a superare i precedenti traguardi.

Progredire è l'esperienza più illuminante, abilita accessi e forma felicità. Sport e musica sono tensioni evolutive. Potenziali dinamici estremi e latenti. Incipienti, per quanto mi riguarda...



21 novembre 2012

Allenamento (in)significante

Anche nel più insignificante degli allenamenti esiste un punto di fuga, una prospettiva, un piano di proiezione. Sono tutti disegni di un corpo in movimento. Sono segni in movimento verso un corpo. Giochi di immagini che aiutano a connetterci con la parte spirituale. Quella che si nasconde, ed è invisibile agli occhi...

Il salto non è scontato, specie a tre giorni dalla maratona. Eppure tutto gira a meraviglia, gambe, neuroni e percezioni di una realtà migliore. Esco al buio, e mi lascio illuminare dalla naturalezza. Penso, vuol dire che l'andatura è sufficientemente lenta. Comunico, e anche il Garmin risponde con altri beep per ognuno degli otto chilometri.

La comunicazione è tuttavia complessa. Io non sono una macchina, ho dei sogni. E chi comunica utilizza dei segni, che non sono la stessa cosa. Il segno è "qualcosa che sta per qualcos'altro, a qualcuno in qualche modo" dicono i linguisti, con una definizione su misura per loro, ma sufficientemente spaziosa per tutti. Il segno linguistico è qualcosa che ha a che fare con il corpo e con la mente. Ha cioè una forma tangibile e un contenuto immaginabile.

Per queste cose, addirittura, i linguisti usano due parole che si differenziano per la coda, cioè significato e significante. Il significante è la forma, fonica o grafica, utilizzata per richiamare l'immagine che, nella mente, è associata a un determinato concetto, o significato.

Ogni lingua crea i propri segni convenzionali e il significato può variare in base a fattori sociali o soggettivi. L'immagine mentale del cane, ad esempio, può essere richiamata da grafemi e fonemi assai diversi fra loro.

Il significante di cane:       
Il significato di cane:


La comunicazione è complessa, ma si sbroglia con la voglia di comunicare. E' proprio come la corsa, che utilizza "qualcosa che sta per qualcos'altro a qualcuno in qualche modo". Non è solo questione di linguistica. E' una questione di segni lasciati dentro il corpo, sul corpo e fuori dal corpo. La corsa ha una forma, un'espressione estetica e un contenuto, una motivazione. La corsa, come la poesia, ridona la vista. E' un collirio per distinguere i sogni. Per distinguere le pietre, l'acqua, le montagne, l'erba, il cielo e tutti i colori dell'anima...



P.S.: Giava, adesso sarà KM VERTICALE!

18 novembre 2012

Turin Marathon 2012

(link alle mie foto)

"Ci vuole un fisico bestiale, perchè siam barche in mezzo al mare" cantava Luca Carboni. Per resistere agli urti della vita, per bere e per fumare. "E come dicono i proverbi e lo dice anche mio zio, mente sana in corpo sano, e adesso son convinto anch'io!"


"Io apro gli occhi e ti penso ed ho in mente te. Io cammino per le strade, ma ho in mente te. Cos'ho nella testa, che cos'ho nelle scarpe, no non so cos'è. Ho voglia di andare uoh uoh..." cantava l'Equipe 84.

I dischi sono stati un buon numero, tutti un pò gracchianti per l'usura del vinile mentale. Sono loro che mi hanno accompagnato nei primi chilometri di questa galoppata. Poi è sceso un pò di silenzio. Ho chiuso tutte le applicazioni non indispensabili e lasciato che i microkernel potessero accedere alle astrazioni interiori, pochi e semplici accessi ai muscoli, cuore compreso. E' stata una tattica vincente.


Dall'inizio: alle 9 meno un quarto ci troviamo in gruppetto al meeting point. C'è Max con un doratissimo telo per ripararsi dal freddo, visto che ci sono solo 5 gradi (per fortuna niente nebbia). Ci sono Diego ed Ennio, perfettamente attrezzati con superbike da supporter, dinamici come sempre. Sono loro gli "angeli di Marco", quelli che tifano per il nuovo maratoneta della squadra! Arrivano i cugini Vito e Gianni, anche loro con bici accessoriate, a disposizione come messaggeri di collegamento tra noi (undici) della squadra in corsa. Arriva Fabrizio, concentrato come sempre. Vedo Carlo, poi Maurizio. Ed ecco Raffaele e Gabriele che già corricchiano minacciosi. Gabriele ha in testa una bandana con l'effige di pirata e teschi colorati sulla fronte. Ha gli occhi furbi di Captain Sharkey pronto ad assalire qualche nave nel Mar dei Caraibi. Mi guarda ed è come se volesse incrociare la mia rotta e spaventarmi: all'arrembaggio del miglior tempo! Fuggo lo sguardo, mentre Raffaele mi tranquillizza, come sempre: è lui quello che deve fare la corsa migliore, e chiudere una stagione al top, come dice Briatore. Non vedo Luca, Gianluca ed altri che dovrebbero esserci, da qualche parte.


La folla s'ingrossa, siamo più di quattromila. Ci raduniamo nella splendida Piazza San Carlo, salotto di Torino. Il presidente della Regione spara puntuale, spaventandosi del botto, e via! Ma quando ci muoviamo? Conto quindici secondi prima di fare qualche passo, poi un lungo incanalarsi su via Roma. Ah! Avevo proprio voglia di correre! Il clima è quasi perfetto: temperatura in leggero aumento e pallido sole che bacia lungo Via Po e dentro Piazza Vittorio Veneto. Poi si devia, ed il percorso punta verso il sud di Torino. Ci sono tanti ragazzini che si dimenano strapazzando batterie più o meno professionali, sul ciglio delle strade: il suono si sovrappone scalzando le mie melodie, ma è una bella ginnastica mentale che affronto inconsapevole. Molte persone sorridono, applaudono, incoraggiano, vorrebbero in cuor loro provarci. Si avvicinano bambini per un cinque con le mani: è una sensazione di bella umanità. Dai balconi osservano senza troppa attenzione, un pò infreddoliti; e scendete a scaldarvi con noi!


Tutto distrae, e i chilometri volano. Sono leggermente sotto la media dei 4 minuti e mezzo, fantastico. Al quindicesimo chilometro inizio a prendere un sorso di Gatorade: è il mio primo ristoro, e devo lentamente reidratarmi. Come si dice dalle parti del podismo, le sensazioni sono buone. Chiacchiero anche un po' con quelli che mi superano, non sono molti, ma mi va di distrarli. Si arriva alla mezza dei 21 km e il timer segna esattamente: 1h 34:00. Il chip nei piedi suona forte e mi rassicura del tempo passato.


Inizia una lenta salita di quattro chilometri, e qui patisco un po' il ritmo. E soffro, ed inizio a spegnere le distrazioni inutili. Mi concentro sui pensieri forti, sull'immaginazione che rende possibile liberare la spiritualità dell'uomo. Immagino di correre nella nebbiosa pista ciclabile di Orbassano, con Giava che conosce tutti e tutti saluta per nome. Poi immagino di correre sulla sabbia e allora tutto si fa più vicino alla realtà.


Al venticinquesimo km termina la salita. Siamo nel mio paese. Sara, Laura, Raffaele (il mio grande vicino) mi salutano e mi applaudono. Saluto l'ex-sprinter degli Artigianelli, Mauro, in tenuta da volontario ausiliario dei carabinieri: ha abbandonato un talento assoluto, ma potrebbe ancora tornare, se solo lo volesse. Vedo poi tutti quelli dell'Atletica che sono di servizio al ristoro. Mi fermo il tempo di bere tre sorsoni di Gatorade, salutacchiare e ripartire. Ma ecco che Domenico Amorosi, l'atleta vero della squadra, oggi assente, mi intravvede e mi rincorre per una fotografia: sono molto onorato!


Inizia una parte della corsa che ricordo con piacere: la discesa di Corso Francia. Siamo intorno al trentesimo chilometro e la mia media è ancora intorno ai 4 minuti e mezzo al chilometro. Spettacolare! Non pensavo proprio di correre così bene. Altre facce, altri giovani che salutano e inneggiano allo sport. Tutto è come nei diari di viaggio di Charles Darwin, per la vista leggermente distorta da mille effetti collaterali. 


Ritmo costante e nessun risentimento fino al trentottesimo chilometro. Qui inzio ad innervosirmi perchè il percorso non è più rettilineo e molte auto sgasano sulla corsia opposta. C'è stato un pezzo, vicino a Corso Vittorio Emanuele, vergognoso: a pochi metri dalle auto che sfrecciavano in senso opposto, per fortuna molto breve. Ecco l'ultimo ristoro. Mi fermo a bere, come nei precedenti, per qualche secondo, ma la ripartenza è più difficile, molto più difficile. E così perdo lentamente terreno. Cerco motivazioni, le trovo e tengo duro.


L'ultimo chilometro è una passeggiata quasi ad occhi chiusi. Tutta via Roma è un tripudio di corpi e braccia e anche i balconi sono aperti. La mia testa è rivolta al cielo, bianco con qualche venatura di grasso azzurino un pò scaduto. Non finisce più! Mentre raccolgo informazioni per l'inconscio, ecco che arriva il Traguardo: alzo le braccia e punto gli indici verso il timer sopra di me: 3h 14' e 56", media: 4'36" al chilometro!


Mi faccio fotografare e tutto scompare per qualche istante. Dopo pochissimo mi sento chiamare da Gabriele, stremato da una folle rincorsa: per poco non mi raggiungeva: 3h15 per lui. Arriva dopo pochi minuti anche Raffaele: 3h19, leggermente deluso, ma consapevole d'aver duramente lottato per sette chilometri con i crampi. Arrivano gli altri, tanti altri, e Davide, che si congratula con me, felice, ma non completamente soddisfatto. Arriva anche Mastro che mi abbraccia e sorride.


Sul traguardo, dagli spalti, mi saluta anche l'amico Gianni della Settimese: peccato per l'infortunio, altrimenti saresti stato con noi! Sul resto, infine, un pensiero di Gianni Papini: "Fra molti anni un uomo verrà certamente da me, in una calma sera d'estate, a chiedermi come si può vivere una vita straordinaria. Io gli risponderò con queste parole: rendendo abituali le azioni e le sensazioni straordinarie e facendo rare le sensazioni e le azioni ordinarie." E' possibile?

P.S.: Giava, CE L'ABBIAMO FATTA!





17 novembre 2012

Sempre fratelli

Hey, Roby, amico mio!
Dopo le Stratorino ci faremo mai la Maratona?
- Vai vai... io devo riflettere
La maratona è da pazzi!
- Ma tu sei pazzo...
Beh, serve un po' di coraggio, un po' di voglia di vivere...
- Allora, mentre io pedalo, tu corri ok?
Ok, ma pedala, capito?
- Tu sai quanto ho pedalato in questi mesi, al San Luigi...
Sì, amico, lo so, lo so... ho sofferto con l'anima
- E allora non farmi fare brutta figura, visto che siamo "sempre fratelli"!
Ok, Roby, domani correrò per te!



16 novembre 2012

Ogni cor si rallegra (italiano)

Quando leggo notizie come questa il mio cor si rallegra e va ripetendo ciò che resta di una "Quiete dopo la tempesta":

Passata è la tempesta:
odo augelli far festa, e la gallina,
tornata in su la via,
che ripete il suo verso. Ecco il sereno
...
Ogni cor si rallegra, in ogni lato
risorge il romorio
torna il lavoro usato.
...
Ecco il Sol che ritorna, ecco sorride
per li poggi e le ville. Apre i balconi,
apre terrazzi
...
Si rallegra ogni core.
Sì dolce, sì gradita
quand'è, com'or, la vita?
Quando con tanto amore
l'uomo a' suoi studi intende?
O torna all'opre? O cosa nova imprende?
...
(Leopardi)



Da: l'Espresso del 22/11/2012

Il capovaccaio, l'origano e le vacche

< Ci vuole una certa fantasia, ma il risultato merita senz'altro lo sforzo, per immaginare il giorno in cui il neophron percnopterus, o capovaccaio, ha fatto per la prima volta il suo ingresso nell'austera sala del consiglio di amministrazione dell'Enel. Già, perché la tutela del pennuto, che secondo Wikipedia appartiene alla famiglia degli Aegypiinae, e che in sostanza è il più piccolo degli avvoltoi africani, è uno dei motivi che bloccano la riconversione della centrale del colosso elettrico nella valle del Mercure, nella zona del parco del Pollino. Un progetto costato finora 70 milioni di euro, inizialmente sollecitato per motivi occupazionali dai comuni interessati (che anni fa, per sveltire la pratica, arrivarono a rivolgersi addirittura al Quirinale, a palazzo Chigi e all'allora ministro dell'industria), e poi sprofondato nella palude della giustizia amministrativa, arrivata finora a pronunciarsi per quattordici volte dopo essere stata chiamata in causa dall'ente locale o dal comitato ecologista di turno.
Se Fulvio Conti deve fare i conti con il capovaccaio, al numero uno di Terna, Flavio Cattaneo, è toccata in  sorte la grana dell'origano biologico. La storia porta in Sicilia, dove l'azienda dovrebbe costruire la nuova linea elettrica Chiaramonti-Gulfi-Cimina. Dopo aver condiviso il progetto con tutti i comuni interessati, Terna ha avviato l'iter di autorizzazione. Trovandosi la strada sbarrata da un sindaco che si è fatto portavoce delle preoccupazioni della piccola azienda agricola locale. Il titolare sostiene a gran voce che la presenza di un elettrodotto farebbe perdere il marchio di coltura biologica al suo prezioso origano. I ricercatori di Tema hanno passato giorni interi con il naso sprofondato nei più diversi protocolli di certificazione delle colture biologiche senza mal rintracciate alcun riferimento agli effetti di  infrastrutture elettriche sul territorio. Vai a sapere. Ma quella dell'origano non è l'unica rogna di Cattaneo. Nella zona tra Foggia e Benevento, dove Terna deve potenziare la linea elettrica già esistente, su iniziativa di un allevatore di bestiame preoccupato per la salute delle sue vacche è nato il "Comitato per la salvaguardia del territorio sannita". Che ha già raccolto duemila firme. >


8 novembre 2012

Allenamento banale

Un quarto d'ora di riscaldamento, sette mille a quattro con recupero di trenta secondi tra luci ed ombre del solito parco. Ecco l'allenamento di ieri sera, in compagnia degli amici  dell'Atletica leggera.

Pareva un allenamento e basta, dinamico, inerziale. Invece mi sono dovuto piegare sull'essenza d'erba, l'assenza di luce, l'usanza di pregare. Padre nostro che sei nella terra oscura, dentro al pozzo e alla paura, sia fatta la tua volontà superiore alla mia, nella corsa e per la via...

Dalla periferia al centro dell'essere pensiero, agnostico a me stesso. Fibre da sfamare, cartilagini da sopportare, pelle da confinare. Tutto si mette in gioco nello sforzo solo umano di assegnare un obiettivo e motivarsi. Che fatica ritrovarsi...

La nuvolosità del cielo è totale. La forma delle nuvole scompare. Cerco l'unità di misura, quella vera, meteorologica, per il cielo oscurato. Ha un nome molto strano, si chiama "Okta". Ok come "Ok" e ta come tapascione
, il podista chiacchierone. Oktas 8, quindi, era il cielo sopra di me, ieri sera. Oktas O (zero) è il sereno, quello dell'anima che non c'è.

Così chiacchiero senza sostare, nei tanti secondi nuvolosi ed annebbiati che precedono la maratona. Sarà da correre o da rianimare?



4 novembre 2012

La Folle del Ruffini

Il cielo è bianco e grigio un po’ perlato, quasi un camice usurato d’infermiere, o l’uniforme da karate sporca di sudore. Ci sono tredici gradi, ma sembra tutto rigido e invernale più del solito.

Arrivo nei dintorni del Parco Ruffini, qui a Torino, e intravvedo il fermentare anaerobico di centinaia d'atleti pronti a ribollire. Mi avvicino attratto dal fiuto e parcheggio nel primo buco che trovo. Intorno c'è la spettacolare ramificazione dei colori che insegue un orizzonte (di Mandelbrot) verso l'infinito e oltre.

Oggi si corre la tredicesima edizione della gara provinciale FIDAL denominata “La folle del Ruffini". Per me è la prima volta, e mi chiedo perchè folle, ma subito mi do una buona risposta da solo. Mentre approfondisco le cause, vedo Ennio e Diego e mi aggrego.

Dell'Atletica siamo in pochi oggi, e guarda caso neppure mi hanno iscritto. Il Direttivo si attiene scrupolosamente alle regole, senza eccezioni, e le richieste automatiche vanno manualmente inoltrate a tutti gli interessati (evvai!). Le iscrizioni alla competitiva sono chiuse. Mi travesto dunque da clandestino e corro la gara sotto falso nome.

 

Il cielo è ancora bianco e grigio argento, quasi un trofeo luccicante  di carrozzeria Fiat e capigliatura brizzolata del primo Agnelli. Abbasso lo sguardo, e come per magia ci troviamo nella pista di atletica dello stadio Primo Nebbiolo. Calpestiamo gomma Sportflex Super X, il materiale utilizzato alle Olimpiadi di Pechino, color azzurro cielo. Altro che terra! E rimango così, sospeso in un regno animale che regala istinti di competizione e di sfida.

Mi accorgo di essere io solo quando un flebile sparo mette tutti in fuga. Il Garmin si attiva al volo come una Red Bull, e spiego le ali (nel senso dell'importanza del quadricipite in corsa...). Mi raccolgo bene e poi libero la falcata, ma c'è sempre qualcuno più veloce, per almeno un paio di minuti. Sulla scia di Raffaele e Gabriele tocco il primo chilometro, mentre non vedo più il giovane Domenico, già venti secondi davanti a noi. Mi affianca Andrea ed inizia un sodalizio di tre-quattro chilometri, prima io, poi lui, tra una chiacchiera e l'altra; poi lui allunga leggermente e mi assesta una ventina di metri che dureranno fino al traguardo. Bravo Andrea!

Al quinto chilometro mi affianca Gianni e prova ad invitarmi nella scia, ma non riesco a soffrire di più: 3:54 3:58 4:03 4:07 4:08 i tempi fino a qui. Ora cerco la tenuta e chiudo un po' gli occhi per immaginare un'altra corsa, dove il cielo non sia più grigio e l'orizzonte così scuro. Sogno ad occhi aperti e non vedo più il confine dei corpi tra gli alberi secolari, dei volti tra i nastri ad ansimare. Tutto diventa confuso, annebbiato, luminoso. Chiudo la seconda cinquina con: 4:07 4:12 4:15 4:09 e 3:56.

Sul finale, nei 400 metri di pista dello stadio, provo a chiamarmi per nome, a serrare i ranghi delle articolazioni. E' un mediocre intervento, ma alla fine, circa 200 metri dal traguardo, un ragazzo in tenuta arancione della Podistica Torino mi affianca, mi supera: ingaggio la sfida del mese. Ci spingiamo fin oltre le possibilità e arriviamo in volata folle (ecco perchè) uno sopra l'altro, prima lui e poi io, stremati, finiti. Gli stringo la mano mentre è ancora sdraiato che ansima; mi risponde che è un ex-centometrista e mi sorride. Folle io, folle lui, Gian Marco,  ma che bellezza sentirsi così vivi! Il tempo finale è 40:55 per questi 10 km, settantesimo assoluto su oltre trecento giunti al traguardo.

E torno a casa, felice d'essermi conosciuto un po' di più.



28 ottobre 2012

Lunghetto scherzetto

Oggi si è aperto il frigorifero celeste ed ho visto che le provviste per l'inverno sono già lì che attendono la distribuzione a pioggia sulla terra da calpestare e sull'ansia occidentale. Le umidità del suolo e del cielo si sono suturate in una lampo, molto sopra le nostre teste perdute alla ricerca di un senso ancora intatto.

Ci siamo ritrovati alle 8:30: io, Gabriele e Raffaele. Fuori una manciata di gradi sopra lo zero; dentro il fuoco sacro a riscaldarci la corsa. Una signora gentile molla il cane e ci fotografa qui:




Corriamo sotto la pioggerellina fredda fredda verso il Parco della Certosa di Collegno. Alle 9 ci uniamo al gruppo dei temerari dell'Atletica che attendono al ritrovo. C'è il coach Fabio che stabilisce il percorso dell'allenamento e ci sono Gianluca, Roberto, Gianni e Max, oltre a noi tre. Direzione Rivoli, salita al Castello, giro del parco di San Grato e ritorno. Per noi saranno 25 km.

E' in questi momenti che si muove l'ago della bilancia in mezzo alla psiche e in mezzo al corpo. Il freddo non pesa molto, la pioggia neppure. Le scarpe inzuppate suonano sull'asfalto delle note primitive. Si balla insieme, e questa danza legale come l'ora della corsa ci permette di attraversare il tunnel. Non dirò cosa c'è al di là, ma di colpo la luminosità del cielo è aumentata, la fatica è svanita, l'ansia dissolta. Le parole conosciute non sono sufficienti e si fatica a raccontare. Si condivide, e si respira l'aria per la vita. Che sogno, e che gita!

27 ottobre 2012

Bi(sogni) di corsa

La corsa è ricerca, esplorazione, viaggio. La corsa è fatica, tensione, coraggio.

Ci sono premi neurologici che conducono all'euforia, e i biologi sanno riconoscere questa chimica affine alle droghe, frutto dell'evoluzione, che pervade il corpo dopo la corsa, naturalmente.

Ci sono premi psicologici che invitano alla riflessione, e chiunque può riceverli, aprirli e smontarli per farci qualcosa. Ma cosa?

Chi corre è alla ricerca di qualcosa. L'ho capito.

L'atleta cerca il risultato, è selezionato dalla Natura, segue una via che è per pochi. E' solo, è sopra gli altri e cerca i limiti della specie. Suscita l'ammirazione, ma non mi incuriosisce.

Il non-atleta, invece, cerca il mandato, la tessera del puzzle personale. E' una folla di esseri senza tempo portatori di conti in sospeso con la vita. Il non-atleta mi parla di imprese personali, dimagrisce, si trasforma e si vede incompleto. Sì, mi incuriosisce moltissimo.

Il non-atleta runner quotidiano è un portatore sano di bisogni psichici. Non è abbastanza sofferente per vedersi normale, e corre. Non è abbastanza sofferente per vivere i sensi senza colpe, i profumi senza ansie, e corre, immaginando di toccare il cielo con un dito, ad occhi chiusi e denti stretti, senza raggiungerlo mai.
Ogni runner cerca, con la sofferenza e la fatica, la sua regola di vita, la misura di un'esistenza, una posizione sociale all'interno di una realtà che non ha strutture e che esiste solo nella sua mente; una realtà intransigente e meritocratica, il risultato di una costruzione della volontà.

L'impegno e il risultato sono valutati da numeri e tabelle, da confronti molto attenti. Tanto razionali sono i parametri di giudizio quanto irrazionali sono le spinte e le scelte di intraprendere la corsa, l'allenamento, la gara. Insoddisfazioni profonde spingono a vivere la corsa come un duro lavoro, una schiavitù inconsapevole e pericolosa. Insoddisfazioni superficiali, invece, stimolano a vivere per colmare bisogni psichici.

Perché il runner qualunque ha a che fare con la psicoanalisi e porta sicuri argomenti per lo psicoterapeuta, ma generalmente non lo ammette e non lo comprende. Lo rifiuta e non si pone ulteriori domande, ma sta di fatto che chi corre quotidianamente cerca in sé, nella corsa, un aiuto che non trova a portata di mano. Forse non ha la possibilità, il carattere o la consapevolezza di accettare una condizione che non desidera, di mutarla, e per questo si lancia in un viaggio del corpo, attraverso il mondo perduto (della psiche), alla ricerca di modi e tempi del sudore e del cuore per declinare ancora la felicità e i suoi (bi)sogni.

Bisogni secondari? Sicurezza e stabilità, affermazione e miglioramento, premio e privazione. Sogni e bisogni di controllo sull'essere umano (ovvero su se stessi). Bisogni secondari solo alla sopravvivenza.

Il runner qualunque rincorre un insieme di cose che non potrà mai raggiungere consciamente. Può accadere di affiancare alcuni sogni nei fatti psichici profondi e perdere alcuni stimoli dinamici, ma non tutti.

C'è una bilancia corpo-mente: la corsa da una parte e i bisogni psichici dall'altra. L'equilibrio è il risultato di un bilancio tra la chimica e la psicologia in cui lo sforzo fisiologico segue il bisogno psichico e non viceversa. Ovvero è la mia testa che mi dice di correre, non altri, non altro.