31 dicembre 2015

Moby Dick


Se la vita è quel trattino che unisce la materia allo spirito, come quasi duecento anni fa scrivevano i fratelli Hare con humor inglese, la morte è l'intaglio di quel trattino, a formare una croce. Un simbolo, una stella. L'assoluto.

"Non fidarti della croce del sud, la caccia non finisce mai" cantava anni fa Francesco Di Giacomo nella canzone "Moby Dick". Era la balena che danzava sopra una stella marina, colpendo al cuore la luna, volando via verso una terra promessa e badando a non innamorarsi. Testo a cartoni animati.

Se Moby Dick è il romanzo la cui forma contiene tutte le forme, come scrive Paolo Gulisano, o quel racconto nel quale altri racconti confluiscono come correnti nell'oceano, è nello stesso tempo un romanzo di una semplicità sconcertante, tanto che la trama si potrebbe riassumere in poche parole: là fuori, in alto mare, un uomo dà la caccia a una balena. 

Il capolavoro di Melville è epica moderna. Se il poema sacro descrive l’Assoluto come il destino dell’uomo, Moby Dick parte da questa stessa consapevolezza, rovesciandone il significato. L’Assoluto diventa una condanna, una presenza enorme e nello stesso tempo sfuggente, verso la quale parrebbe lecito, quando non addirittura irrinunciabile, esercitare il diritto alla rivolta. Così la pensa lo studioso Galisano, ed io approvo.

Ieri ho visto "Heart of the Sea / Le origini di Moby Dick", film di Ron Howard. Siamo nel 1850, in piena epopea della caccia alle balene e al loro prezioso olio utilizzato per illuminare. Lo scrittore Herman Melville si reca a Nantucket per incontrare l’anziano Thomas Nickerson sopravvissuto ad una celebre e disastrosa missione che vide la baleniera Essex affondare sotto i colpi di un gigantesco capodoglio bianco. Melville è deciso a farsi raccontare i dettagli dell'avventura, ossessionato dalla paura di non essere all'altezza della realtà, con la sua sola fantasia.

Il film descrive la vita dei balenieri attraverso delicati tratteggi cinematografici ed effetti speciali: il mare è trasparente e illuminato, mentre è terribilmente più pauroso nella realtà. La trama non c'entra con il romanzo: è un adattamento naturale alla ricerca di inquadrature che comunichino con l'anima. Occhi di cetacei, fiocine insanguinate, volti tumefatti, corpi essenziali. Dialoghi essenziali. E poi: determinazione, orgoglio e sopravvivenza. Trattini che uniscono la materia allo spirito.

Il film descrive l’essere umano attraverso l'egoismo e l'avidità, mettendo in dubbio i diritti nei confronti della natura. E la Natura attua la propria vendetta: costringe l'essere umano a patteggiare, fiocina nella mano, col proprio essere infimo e mostruoso pur di rimanere aggrappato a quel poco di vita rimastagli. Pur di rimanere aggrappato a quel trattino che - a fine anno - unisce il panettone ai frutti di bosco.




26 dicembre 2015

L'invisibile

Volavano lenti, salendo e scendendo nel cielo, come se volessero cancellarlo, meticolosamente, con le loro ali... (Seta, Alessandro Baricco)

Oggi dove si vola? Sopra quale zolla di cielo ci si appoggia scivolando? Le domande sono come dei paesaggi. Sono dei passaggi strani dal sapore artistico. Forse mistico. 
Azzurra la collina di San Valeriano che a levante affianca il monte San Giorgio. Azzurra la collina dei castelli del ponente di Piossasco. Le colline si abbracciano fino a strapiombare su una vecchia cava abbandonata e polverosa. Emerge una scultura metallica dalle curvature imponenti, a forma di chiave sofisticata come il silenzio che apre le nostre bocche, per un istante, prima di emettere giudizi da orchi.
Orchi ai piedi del totem (di Giuseppe Lanza)
Ma forse in ogni zolla di cielo, a saperla leggere, c'è il mondo intero. Immobili, sembriamo piante piantate lì da un artista visionario, in grado di vedere oltre la normalità che tanto ci appaga. Noi siamo artisti visionari del passo. Quello che ci scavalca ogni volta che rischiamo di cadere sulle pietre dei nostri antenati.
Orchi in vetta al San Giorgio
A passo inclinato raggiungiamo presto la vetta (il panettone) a quota 842 metri. Rileggiamo insieme le cime senza neve. La porzione dell'arco alpino ci orizzonta, fino a scorgere il Monte Rosa innevato, mentre l'OrcoRoccia ricorda le sue imprese al Capanna Margherita, il rifugio a quota 4554 metri. Ci spostiamo verso il sole, mentre una gigantesca coperta di foschia, di polveri e di smog ci ricorda da dove veniamo, indicativamente.
OrchiLucertola in attesa del ritorno (dell'inverno)
Lentamente, molto lentamente raggiungiamo il mondo che ora ci appare invisibile, laggiù nella valle dei pensieri. Siamo gli invincibili, tutti insieme. Respiriamo tutto l'ossigeno che troviamo. I miracoli sono questi. 



20 dicembre 2015

Impronte

Tutte le cose sono state già dette; poiché nessuno ascolta, occorre sempre ricominciare.
André Gide

OrcoCircuito
Il premio Nobel André Gide diceva anche che "è bene seguire la propria inclinazione, purché sia in salita". Avvertiva lo spazio letterario come un territorio da esplorare scegliendo i passi (pensieri) nella direzione meno affollata, meno scontata. Forse con più affanno, ma sicuramente con più appagamento una volta raggiunta la vetta (del ragionamento).

Seguendo la mia inclinazione, e seguendola in salita, mi sono iscritto al gruppo de "gli Orchi trailers". Certo dopo Shrek la fama di orco non è più così terribile. La paura ha così lasciato spazio alla comprensione. Delle cose non dette. Del presente pieno di futuri. Delle ombre del passato. E così è iniziata un'altra storia tutta da scoprire. Tutta da correre.

Si inizia oggi, di buon mattino. Trail "autogestito" nella collina morenica di Rivoli e dintorni. Un giro molto largo, saliscendi continuo e fondo sempre mutevole. Salita verso il castello con deviazione boschiva e taglio nell'umidità erratica, passando sopra massi più o meno glaciali e verso borgate nascoste e poco assolate. Poi discesa verso Sant'Antonio di Ranverso a Buttigliera Alta. Quindi dai prati, misteriosamente, in ritirata sparsa verso il monte Cuneo.

Orchetti al Monte Cuneo
Inizio a conoscere lo spirito trail dei compagni d'avventura. Mi cibo delle scorte di ultratrail (Alessandro e Federica). Mastico la fibra di un rivolese doc (Stefano). Assaggio la compagnia dell'OrcoBee, dell'OrcoDoctor e dell'Orco730... Il gruppo è veloce ed omogeneo. La discesa è un premio. Vola via in un baleno. Neppure ci accorgiamo che è da più di 28 km che si galoppa. 

Finisce che La Fontaine mi disseta, poco prima di arrivare: "spesso s'incontra il proprio destino nella via che s'era presa per evitarlo". Ciao destino, come stai? Che sorriso... quasi 30 km! Buon Natale...

12 dicembre 2015

Sciarpa grigia

Accadono cose che sono come domande, passa un minuto oppure anni, e poi la vita risponde. Alessandro Baricco

Ho imparato a correre nel salotto di casa, circa dieci anni fa. Era tutta una vita che accadeva la mia vita. Che domandava, via via che passava dalle parti del destino. I punti interrogativi finivano le frasi che non sapevo più leggere, e i sensi non rispondevano più alle emozioni. Il senso non pareva avere una vita propria. Eppure avvertivo il costante rincorrermi della paura. La consapevolezza che ogni azione avrebbe avuto un effetto domino frenava il corpo. E il futuro alzava la penna dal foglio. Abbassava la mente. Spegneva il fiato. 

Poi ho imparato a correre fuori di casa, e non è servito a nulla. Giorno dopo giorno, parola dopo parola, passo dopo passo. Progetto dopo progetto. Always in my head...

Elbert Hubbard diceva che il più grande sbaglio nella vita è quello di avere sempre paura di sbagliare. Lui morì sulla nave Lusitania affondata dai tedeschi, al largo dell'Irlanda, il 7 maggio 1915, ma questo non c'entra, era solo il mio compleanno.

Dunque accadono cose che sono come domande. Come l'orizzonte sereno di questa sera che ha le sfumature della pelle poco sopra il sangue arterioso. Via via si scende dal blu al rosso intenso, e sotto le montagne tutti i colori ritornano nell'atrio scuro che non risponde più dei tramonti. Non risponde più degli arcobaleni. Non sa più cosa significa rispondere. E questo accade quando si cercano di afferrare i fiocchi dei ricordi. Quando si sposta una sciarpa grigia dal sorriso, sotto la neve, e si pensa ancora una volta: eccolo qua il Natale...




A snowflakes is... someone who knows all about you and still loves you

8 dicembre 2015

foggy

Quando c'è la nebbia non si vede. - Perbacco, e chi la vede? - Cosa? - Questa nebbia, dico? -Nessuno. - Ma se quando c'è la nebbia non si vede, come si fa a vedere che c'è la nebbia?... 

Fuori nebbia, come un tempo. Io e Gabriele sembriamo Totò e Peppino. Ridiamo come ragazzini tra il raffreddore ed il freddo torpore che l'età ci sottolinea ad ogni passo, ad ogni chilometro. D'incanto però la filosofia ci affianca, e noi la seguiamo per qualche istante di nascosto.

Così sentiamo che le distanze non si misurano in chilometri, ma in possibilità. E di queste ne oltrepassiamo molte con la fantasia. In realtà, sono le possibilità che alla fine ci misurano. Ci interrogano sul territorio, sull'anima, sull'amore. E noi glielo lasciamo fare con brevi falcate di racconti. E' tutto quello che siamo, è tutto quello che sappiamo di noi. What else? 

Intanto la nebbia è diventata un concetto troppo denso. E si mischia con il nostro fiatone. What if? Cosa accadrebbe senza alternative? Senza più avere la possibilità di osservare un fiore che spunta dalla sabbia? Si finisce calpestando tutto, non vedendo più niente all'orizzonte. 

La ruota è alta, poi china come in una danza, sul saluto finale. La speranza è un rischio da correre: è addirittura il rischio dei rischi, diceva Georges Bernanos. Ma noi questo non lo sappiamo, e rimaniamo sospesi nel vuoto, senza poterci più appoggiare...


6 dicembre 2015

Everglow

Corriamo verso di noi, e per questo siamo l’essere che non può mai raggiungersi.
Jean-Paul Sartre, L’essere e il nulla, 1943


Oggi ho portato questo pensiero essenziale, all'esistenziale. L'ho immaginato nella testa di Sartre, in movimento, quasi come Jovanotti. Correre verso di noi, esistere. Saltare i gradini, rischiare. Sudare nella salita, raggiunti dal sole. E poi attardarsi nelle sensazioni di ognuno. Quindici differenti motivazioni per uscire dalla nebbia e attraversare le strade e calpestare la terra e stringersi ai colori della vita che usa il linguaggio dei surfisti... 

L'appuntamento per la corsa di oggi sembra quasi un flash mob. Siamo tanti, siamo in quindici: è magnifico. Si sarebbe potuto estendere il pensiero di Sartre a piacimento, indagando l'essere, l'anima, l'uomo. That's music for my ears... In fondo corriamo verso di noi, per noi. Ci oltrepassiamo senza raggiungerci. Finché l'onda regge la forma sopra il mare. Poi ci scioglieremo senza capire. Avremo corso oppure nuotato?

Ripasso i nomi. Alcuni amici non li vedo da mesi. Andiamo al castello di Rivoli. E' una corale, il chiacchiericcio ansimante. Ci s'invola fino quasi a scomparire alla vista del proprio essere. Poi elasticamente si torna a magliare. Affiancati dalla fatica di condividere la pendenza che tanto chiama ad esistere. Chiama te, Marco, come chiama me. E molti altri.

Penso, ma non mi raggiungo. E ringrazio.



Ci ripenso, e aggiungo questa canzone.


29 novembre 2015

You've got a friend

Se sei libero sei tu che crei il mondo; se non sei libero il mondo crea te.
(Efim Tarlapan)

La verità sta nel freddo che ci ricopre ancora prima di aprire la finestra del mattino. Ancora prima di aprire gli occhi e immaginare la luce, la "Gravity". Potrei essere, posso essere, non ho l'obbligo d'essere. E sia. Mi sento appena vivo, mentre i Coldplay m'impongono di dormire ancora. La caldaia in blocco è il mondo che si è creato intorno a me. E devo intervenire. Devo aprire gli occhi ora. Now. Questo non è certo "Magic". 

Poi mi trafigge un raggio di sole. E si spacca l'azzurro segretamente ghiacciato. Il segreto della libertà è il coraggio. E sia. Per fortuna basta girare una manopola e la pressione ritorna libera di esprimere calore rigenerante. La doccia non è sufficiente. Il caffè non è niente. La musica è la soluzione finale. Entro nel mio vapore al ritmo di "Midnight", e qui è "Fly on". A flock of bird nella notte incosciente, dove non si esiste e non c'è libertà. They fly away... Sopra l'"Ocean", fino al suono delle campane, al "True love" per l'introspezione...

Tutta questa melodia meraviglia anche la mia pigra allegria. Canticchio fino all'appuntamento con la corsa. Con lo spazio libero che crea il mondo intorno a noi. Intorno a chi trova il coraggio e l'equilibrio di non cadere da questa vita. Sempre in bilico. Tra il sorriso e lo smarrimento. Si apre la valle ed è bello leggerla. Da sinistra verso destra. Fino al tramonto occidentale. Intanto è sorgente. E' ancora soleggiante.


il mondo ondeggiante

Nuovi esploratori alla conquista del Musinè
E' ancora "dovere di essere liberi", come domenica scorsa. "Il piacere di esserlo è nei passi e nei respiri e nelle cadute e nelle mani che si stringono intorno ai nostri sorrisi". Né più né meno. 

Grazie Paolo, Vincenzo, Stefania, Livio, Roberto, Samanta e Mara.


P.S.: All'arrivo era un'altra musica...




22 novembre 2015

Up & Down

"La libertà è un dovere, prima che un diritto è un dovere."
Oriana Fallaci, Un uomo

Nuovi scenari di trail si affacciano liberi all'orizzonte. Oggi non è novembre, non è inverno. Il cielo è libero da nuvole. Libero da scie. Vuoto di pensieri di odio per il freddo che fugge terrorizzato dal sole. Oggi è calore. Per tutti.

C'è sempre la cacciata di qualcosa o di qualcuno nella natura o nella vita? Forse. Ma la libertà ritorna. E' sana, è accogliente. Si misura con il diverso. Si intromette nelle scelte perché ama le mete da scoprire... 

Ritorno alla corsa, alla pendenza. Alla passione per quello che è più libero e più caro e più degno. Stare in mezzo alla libertà che è in mezzo alla vita che è al centro di braccia aperte alla conoscenza. Di ciò che è reale e di ciò che è immaginario. Perché non c'è verità senza consapevolezza che nessuna verità è unica e superiore alle altre.

Il dovere di essere liberi è questo. Il piacere di esserlo è nei passi e nei respiri e nelle cadute e nelle mani che si stringono intorno ai nostri sorrisi. 

Grazie Biagio, Gabriele, Cristina, Stefania, Arianna e Francesco.


Quasi arrivo al Moncuni
Moncuni (641 m), collinetta delle Alpi Cozie...

21 novembre 2015

Paris

« La guerra per la mia generazione è stata una serata trascorsa a guardare la televisione. Negli ultimi anni mi è capitato di ripetere centinaia di volte quest’affermazione. E suscitavo nel pubblico stupore o fastidio. Ora che quella lunga stagione è finita mi pare più vera che mai. 
Siamo il pezzetto di umanità più agiato, longevo, sicuro, protetto, meglio vestito, nutrito e curato che abbia mai calcato la faccia della terra rispetto a qualsiasi altra epoca o luogo del pianeta. La pace, tra tutti, è stato il privilegio più grande. 
Noi non abbiamo nessuna esperienza diretta della guerra. Siamo una generazione disarmata e imbelle. Abbiamo fatto il servizio civile e quelli nati dopo nemmeno quello. La maggior parte di noi, non solo non ha mai ucciso né ferito ma non ha nemmeno mai toccato un’arma in vita sua. La maggior parte di noi non ha mai visto nessuno dal vivo morire di morte violenta e, in molti casi, non ha mai incontrato la morte in nessuna forma, requisita da ospedali e servizi specializzati. La morte è per noi figli dell’Occidente maturo una terra straniera. Tutto ciò rende ancora più atroci e vili le stragi perpetrate a Parigi: i fucili mitragliatori hanno aperto il fuoco contro un’umanità nata e cresciuta in un ambiente interamente demilitarizzato, fisicamente e mentalmente. Come aprire il fuoco in una scuola d’infanzia. 
Noi abbiamo vissuto in una seconda condizione mai sperimentata prima: a una quasi totale inesperienza diretta della guerra si è accompagnata una quantità immane e crescente di esperienze mediate di essa. Siamo i primi ad aver assistito in diretta televisiva allo scoppio di una guerra. Era la notte tra il 17 e il 18 gennaio del 1991, gli aerei della coalizione internazionale guidata dagli Stati Uniti bombardavano da 10.000 piedi d’altezza la popolazione di Baghdad e noi assistevamo dai salotti di casa nostra allo spettacolo dei traccianti della contraerea che solcavano il cielo iracheno trasfigurato dal mistico verde delle telecamere ad alta densità per le riprese notturne. In quel preciso momento si è prodotto un mutamento profondo a livello delle strutture basilari dell’esperienza. Se fino a prima in rapporto alla questione della violenza letale il differenziale antropologico fondamentale era stata la distinzione tra vittima e carnefice, tra ucciso e uccisore, da quel momento in avanti la differenza decisiva è diventata quella tra la coppia vittima-carnefice da un lato dello schermo e il telespettatore dall’altro. Saddam Hussein dichiarò allora che quella per Baghdad sarebbe stata la «madre di tutte le battaglie». Aveva ragione. Nasceva allora un tipo di conflitto che sarebbe stato combattuto in vista dei suoi effetti mediatici.
Per quanto le morti e le distruzioni fossero reali, le vittime sarebbero state colpite innanzitutto in qualità di simboli, moltiplicatori di messaggio, le narrazioni interamente manipolate da forme evolute di propaganda, la parola guerra costantemente travisata da grotteschi eufemismi, le motivazioni del ricorso alle armi sempre più affidate a menzogne evanescenti, l’esercizio della violenza sempre più delegata a organizzazioni e corpi professionali e/o criminali, la rappresentazione della violenza sempre più addomesticata in uno spettacolo per famiglie del sabato sera. 
In tutta questa lunga stagione arida la guerra non è scomparsa dalle nostre vite. Al contrario. Ha abitato le nostre case da ospite fisso. Ma le ha infestate come un fantasma, un’astrazione, un’oscura minaccia, uno spettro elettronico, un demone dei tempi antichi. Abbiamo continuato a vivere in pace mentre i confini del nostro mondo s’intridevano di sangue. Per tutte queste ragioni eravamo divenuti incapaci di concepire la guerra come una cosa reale. 
Dal 13 novembre non è più così. Hanno aperto il fuoco su di noi, in carne e ossa, ammazzandoci a sangue freddo e a bruciapelo mentre sorseggiavamo i nostri Pastis. François Hollande ha proclamato la guerra senza eufemismi, infingimenti, mistificazioni. E ha invocato il nostro aiuto in nome di un giuramento fondativo dell’unione europea (l’articolo 42.7 del trattato). La questione adesso è cruciale: verremmo meno ai patti giurati? E se non lo faremo, smarriremo le nostre ragioni di uomini pacifici combattendo per esse? Come combatte in guerra un popolo che non ha mai addestrato ad essa i propri figli preferendo educarli alle arti liberali del tempo di pace, come combattono gli uomini che amano il vino, le donne, la musica, la danza, la parola franca, la pittura del volto umano, la libertà in ogni sua forma, fosse anche la più sciocca, che amano i Beatles – she loves you yeah yeah yeaaaah – e le vacanze al mare, come combatte, in una parola, un popolo che ama gli ozi sublimi della pace? 
Le nostra storia nei suoi momenti più alti ci fornisce una sicura risposta. Fin dalle sue origini. Fin dall’Epitafio di Pericle per i caduti ateniesi del primo anno di guerra contro Sparta. Noi che amiamo il bello, il sapere, la libertà ci distinguiamo dai nostri avversari anche nel predisporci alla guerra – ricordava lo statista ateniese ai suoi concittadini seppellendo i propri morti. La nostra città è aperta a tutti, né mai con espulsioni di stranieri impediamo ad alcuno di apprendere o di osservare. Convincetevi che la felicità è data dalla libertà e la libertà dal coraggio: non lasciatevi dunque intimidire dai pericoli della guerra.»
Articolo di Antonio Scurati, tratto da La Stampa del 18/11/2015 


Più esattamente, Pericle diceva: "Noi non consideriamo la discussione come un ostacolo sulla via della democrazia. Noi crediamo che la felicità sia il frutto della libertà, e la libertà sia solo il frutto del valore." 

Perché impugnare i tomi sacri delle religioni quando tutto sta scritto in una semplice riga...

8 novembre 2015

La freccia

L’Istituto dei sistemi complessi del Consiglio nazionale delle ricerche (Isc-Cnr), in collaborazione con Sapienza Università di Roma e l’Università dell’Aquila, ha trovato la prova sperimentale che la freccia del tempo non può essere invertita, neppure in sistemi quantistici. I risultati sono pubblicati su Scientific Reports.

L'istinto di Confucio rimane inattaccabile: "Abbiamo due vite: la seconda inizia quando ci rendiamo conto di averne solo una". 

Perché indietro non si torna, e non si può stare neppure fermi. Il tempo per fare due passi di corsa su due corsie di sorpasso è l'unica libertà che sfreccia per caso in mezzo al buon senso delle nostre vite. Una freccia assonnata scocca ogni giorno dai nostri occhi che s'aprono alle cose del mondo: sta a noi non perderla di vista. Mancare il bersaglio tutti i giorni non è quello che voglio.

8 ottobre 2015

Zibaldone

Un pezzo di Zibaldone leopardiano galleggia alla deriva in questa nuova linfa che ha ripreso a scorrere autunnale e fangosa, ma vitale. Che ninfa alata è mai la corsa, tornata a soggiogare la natura distratta ed infelice, forse. A soggiogare anche me.

E’ un peccato che Leopardi non abbia potuto carpire dai sensi, dai muscoli, dalle carezze dei venti, la forza della vita. La sofferenza del corpo è anche sofferenza dello spirito. E viceversa, in regola con la pace che accompagna chi è forte della soddisfazione, non della debolezza.

Bologna, 19 aprile 1826 (Zibaldone)
"Non gli uomini solamente, ma il genere umano fu e sarà sempre infelice di necessità. Non il genere umano solamente, ma tutti gli animali. Non gli animali soltanto ma tutti gli altri esseri al loro modo. Non gl'individui, ma le specie, i generi, i regni, i globi, i sistemi, i mondi.
Entrate in un giardino di piante, d'erbe, di fiori. Sia pur quanto volete ridente. Sia nella più mite stagion dell'anno. Voi non potete volger lo sguardo in nessuna parte che voi non vi troviate del patimento. Tutta quella famiglia di vegetali è in stato di souffrance, qual individuo più, qual meno. Là quella rosa è offesa dal sole, che gli ha dato la vita; si corruga, langue, appassisce. Là quel giglio è succhiato crudelmente da un'ape, nelle sue parti più sensibili, più vitali. Il dolce mele non si fabbrica dalle industriose, pazienti, buone, virtuose api senza indicibili tormenti di quelle fibre delicatissime, senza strage spietata di teneri fiorellini. Quell'albero è infestato da un formicaio, quell'altro da bruchi, da mosche, da lumache, da zanzare; questo è ferito nella scorza e cruciato dall'aria o dal sole che penetra nella piaga; quello è offeso nel tronco o nelle radici; quell'altro ha più foglie secche; quest'altro è róso, morsicato nei fiori; quello trafitto, punzecchiato nei frutti. Quella pianta ha troppo caldo, questa troppo fresco; troppa luce, troppa ombra; troppo umido troppo secco. L'una patisce incomodo e trova ostacolo e ingombro nel crescere, nello stendersi; l'altra non trova dove appoggiarsi, o si affatica e stenta per arrivarvi. In tutto il giardino tu non trovi una pianticella sola in istato di sanità perfetta. Qua un ramicello è rotto o dal vento o dal suo proprio peso; là un zeffiretto va stracciando un fiore, vola con un brano, un filamento, una foglia, una parte viva di questa o quella pianta, staccata e strappata via. Intanto tu strazi le erbe co' tuoi passi; le stritoli, le ammacchi, ne spremi il sangue, le rompi, le uccidi. Quella donzelletta sensibile e gentile va dolcemente sterpando e infrangendo steli. Il giardiniere va saggiamente troncando, tagliando membra sensibili, colle unghie, col ferro".

19 settembre 2015

Rima del giorno

"Il cielo stellato sopra di me, e la parmigiana di melanzane dentro di me." Era così, vero?  
<Niko>


26 agosto 2015

19 luglio 2015

Costruire



"Ma tra la partenza e il traguardo
nel mezzo c’è tutto il resto,
e tutto il resto è giorno dopo giorno,
e giorno dopo giorno
è silenziosamente costruire,
e costruire è sapere
e potere rinunciare alla perfezione.

Ma il finale è di certo più teatrale,
così di ogni storia ricordi solo
la sua conclusione,
così come l’ultimo bicchiere, l’ultima visione,
un tramonto solitario, l’inchino e poi il sipario.

Ma tra l’attesa e il suo compimento,
tra il primo tema e il testamento...
Nel mezzo c’è tutto il resto,
e tutto il resto è giorno dopo giorno..."


("Costruire", Niccolò Fabi, 2005)

6 luglio 2015

L'impatto




In questo filmato, la racchetta colpisce la pallina alla velocità di 228,5 km/h. Le corde elastiche sembrano inghiottire la pallina...

< Il record attuale per un servizio maschile è di 263,4 km/h, realizzato nel 2012 dal tennista australiano Sam Groth >

La velocità della pallina viene misurata da un radar puntato verso la linea centrale della metà campo. Il radar è alle spalle del tennista e si attiva (emettendo onde ad una frequenza prestabilita) poco prima della battuta. Dopo il servizio, le onde emesse dal radar intercettano la pallina in movimento e tornano indietro modificate per effetto Doppler, cioè con una nuova frequenza che dipende dalla velocità della pallina. Dalla differenza tra la frequenza di emissione e quella riflessa si risale matematicamente alla velocità della pallina. 

Si intuisce che ogni onda di ritorno deve percorrere uno spazio maggiore della precedente per raggiungere la pallina e tornare indietro, quindi lo spazio tra due onde successive si allunga... 

Se ci si lascia trasportare dalle onde si può immaginare d'osservare i nostri organi interni mentre si deformano come palline, si strizzano come spugne... durante una discesa prolungata su ripidi sentieri di un trail. 

Se si allungano le orecchie si possono sentire i loro lamenti. Sono gli organi interni ridotti a fornire uno spettacolo da Flair bartending acrobatico con le linfe vitali a disposizione... Magari ispirati all'originale "Blue Blazer” che secoli fa versava lo scotch infiammato e acqua da un tazzone all'altro in una lunga scia infuocata...


4 luglio 2015

Maps or...


Maps ho perso le mappe. Sono sparite insieme ai desideri di correrci dentro come d’incanto. Al contrario, ora è spam, proprio come si legge maps da destra a sinistra, questo strano movimento che mi porta a scansare ogni pensiero, ogni invito, ogni sentiero più rapido d’un passo misurato e pianeggiante. Spam è l’insistenza di quest’idea serale che m’insegue da seduto, mentre guido, al tavolo delle riunioni, mentre stringo concetti di progetto. Al punto che non voglio più sentir parlare di corsa per tanto tempo. Non so, almeno un mese mi dico!? Facciamo due, ma niente; niente, neppure aprire il cassetto delle magliette e dei pantaloncini: devo nascondere le scarpe salomoniche e indossare le ciabatte e liberarmi da quest’insistenza illegale della mente dinamica...

Mi chiedo da dove nasca la parola “spam”, che sembra una cannonata a salve, e così scopro una storiella simpatica. Il termine “spam” nasce all'interno di una scenetta comica televisiva trasmessa gli ultimi giorni di dicembre del 1970 (Monty Python's Flying Circus, stagione 2, episodio 12 per la precisione), ambientata in un locale nel quale ogni pietanza proposta dalla cameriera conteneva un imprecisato ingrediente chiamato Spam (corrispondente ad un marchio di carne in scatola). La scenetta prosegue con l'insistenza della cameriera nel proporre piatti con Spam («uova e Spam, salsicce e Spam, Spam uova Spam Spam pancetta e Spam» e così via) e con la crescente riluttanza del cliente per questo alimento, in mezzo ad un coro inneggiante allo Spam da parte di alcuni Vichinghi seduti nel locale...



Per effetto del successo di tale satira, probabilmente basata sul fatto che quella carne in scatola costituì l'unico cibo nutriente disponibile in Inghilterra durante la seconda guerra mondiale, il termine “spam” ha indicato qualcosa di onnipresente, fastidioso, quasi insopportabile. 

Sembra che il primo spam via email della storia sia stato inviato il 1º maggio 1978 dalla DEC - che voleva pubblicizzare un nuovo prodotto - e inviato a tutti i destinatari ARPAnet della costa ovest degli Stati Uniti, ossia ad alcune centinaia di persone...

Il cervello è diventato uno spammer ogni volta che mi ricorda ciò che dovrei fare, e non ho più la voglia di fare. Domani metterò un filtro. Ma forse così non mi alzerò più dal letto...
Di sicuro c'è che ora capisco le indigestioni... le cento chilometri... gli sballi...

29 giugno 2015

Palomar vede lo Chaberton

«Un uomo si mette in marcia per raggiungere, passo a passo, la saggezza. Non è ancora arrivato»                                                            
(Calvino, riassunto della storia di Palomar)


Palomar è un tipo tranquillo, anche se a volte si infastidisce perché il mondo intorno a lui è troppo dinamico. Così si isola e riesce a ritagliarsi lo spazio per tradurre il mondo che lo circonda nel suo immaginario simbolico, ed estendere la validità dell'osservazione a tutta la realtà. L'impresa è però fallimentare...

Palomar, il romanzo di Calvino, è la mia chiave di lettura. Di ieri e di oggi. Di come ci si può perdere sospesi tra il fascino del labirinto - la tentazione di abbandonarsi al rotolare delle pietre - e quello della sfida razionale - inseguendo il precipizio nei singoli massi - anziché tentare di naufragare nell'indefinito susseguirsi degli sfiniti passi... (Questa immagine è il mio personale "transfert" alle pietre di montagna dell'originale "visione di Palomar" per le onde del mare). 


Di più, salendo di quota, nella "contemplazione delle stelle", il signor Palomar decide di munirsi di varie mappe del cielo per poter individuare con precisione scientifica la posizione delle costellazioni... Lo fa; le studia, eppure è convinto che «per riconoscere una stella, la prova decisiva è vedere come risponde quando la si chiama»...

Così ho pensato anch'io di fare. Ho chiamato il sole e lui ha risposto con calore e meraviglia. Forse un po' troppo calore e sudore tra le ciglia. Ho chiamato la montagna, e alle 9:15, nel paese di Cesana Torinese, a ridosso del confine con la Francia, ho sentito l'eco di trecento montanari. Voci liberamente sciolte nell'impresa di conquistarsi; oltrepassare i confini in parte inesplorati e raggiungere la sommità dell'Essere Chaberton.

Una prima ondeggiante corsa su sentiero di qualche chilometro precede la lunga salita al monte. Faticosa, sempre più impegnativa. Dura. Alla fine durissima. Si parla, e questo è bello, con i vicini di fila indiana. Mi intrattengo prima con Davide, poi con Enrico, poi con un giovane gestore di rifugio francese, quindi con un ragazzo locale che usa solo dialetto stretto... Mi fermo per immortalare i paesaggi mozzafiato. 

Poi non si parla più molto. Frasi secche. Bocche asciutte. Onde cerebrali a bassa frequenza... Si comunica fisicamente, senza usare parole. E questo è ciò che una mappa non può rappresentare. Occorre qualcosa di folle - come andare quando la mente dice di sostare - per inzuppare la mappa di vita...  

A volte ubbidisco alla ragione. Mi fermo. Poi mi pento d'essermi fermato. Perdo così terreno e fiducia nelle mie possibilità... La discesa è una riflessione continua sul tempo che scorre proprio mentre cerco di fermarlo... Precipito, insoddisfatto, al 94° posto su 244 arrivati al traguardo...  

Ecco alcune immagini ricordo...

Selfie panoramico

Selfie con Enrico

Lo Chaberton inizia a vedersi sullo sfondo... E' lì che si arriva?

Volto le spalle alla grande pietraia

Tutti inseguono la meta... assetati

La salita continua e si attraversano lingue di neve

Poi si fa dura e si consumano le energie

Non mollare il tiro... manca poco

Lo Chaberton non arriva mai

La salita s'inasprisce

Finalmente si avvertono i cannoni

Lo Chaberton è conquistato. Qualcuno ha issato due bandiere, una italiana e l'altra francese.

Caro Jago... eccoti la bandiera sbagliata (ora abbaia pure)

Discesa piena di sassi nelle scarpe e nel cervello... Ecco il ponte tibetano di Claviere

L'arrivo di Paolo... 

Fine del divertimento... 4 ore e 22 minuti

27 giugno 2015

Mappa

Apro la mappa solo cinque minuti. Oggi c'è altro da fare. Così tento di spiegare a Jago che "la mappa non è il territorio, e il nome non è la cosa designata"...

Il concetto è famoso, ed è stato studiato dal filosofo inglese Bateson (figlio del padre della genetica). Bateson teneva un corso in California che si chiamava "Ecologia della Mente": che spettacolo...

Bateson ci ricorda che "quando pensiamo a porci o noci di cocco nella nostra mente non ci sono porci o noci di cocco, ma rappresentazioni e classificazioni di questi oggetti. Spesso però non si ha una distinzione logica tra il nome e la cosa designata e questo può dar luogo a reazioni irrazionali: ci si può commuovere, ad esempio, di fronte a una bandiera perché essa è il simbolo della patria piuttosto che un pezzo di stoffa colorato."

Jago osserva con attenzione la carta topografica appena evidenziata da Cesana al monte Chaberton in giallo, e nella discesa verso Claviere in verde. Poi appoggia i suoi polpastrelli a cuscinetto sul crinale tra le nazioni e abbaia, sommessamente commosso, che i francesi ci hanno rubato qualche montagna. E' stato irrazionale, lo so...

Gli ho promesso che domani avrei portato una bandierina italiana e l'avrei piantata (per lui) in cima alla montagna francese... Poi mi sono ricordato che Jago è messicano, ma i colori del Messico sono uguali ai nostri... Fiuu... ;-)

Il percorso di domani

Jago mi spiega il percorso velocemente

Ecco la bandierina

20 giugno 2015

Chiamate 3131

Ecco fatto, mi sono messo anch'io in contatto diretto con quel "mezzo di comunicazione" che è la montagna. Da raggiungere o scalare in qualche modo. Mi sono iscritto al "Trofeo Monte Chaberton 2015" che è una salitona e una discesona al monte alto 3131 metri. Chiamate Chaberton 3131 è la linea immaginaria "senza filtro" che ora si aprirà nella testa, in quest'ultima settimana che precede la salita. 

La storia dello Chaberton è legata alla sua posizione strategica, sulla cresta che divide l'Italia dalla Francia. Su questa vetta, una "batteria di cannoni fortificata" venne costruita nel primo decennio del '900. Il battesimo della fortificazione coincise anche con la propria fine: nell'arco della settimana dal 21 al 25 giugno del 1940 i mortai francesi fecero piazza pulita, più o meno...

Mi affiderò all'immaginazione, vista la carenza di allenamento. E il tempo che fugge non mi lascia alternative. Ora o mai più. La compagnia è numerosa, i plotoni si stanno schierando. 2000 metri di dislivello positivo e 25,5 chilometri sono una buona linea di comando e controllo mentale...



15 giugno 2015

Urban Trail

Non ci piove. Il fatto che le corse un tempo di resistenza siano diventate oggi di velocità è un fatto su cui non ci piove. E se anche fuori c'è temporale, non ci si bagna più nei luoghi comuni. Anzi, ci si ripara in caso di piogge scroscianti o di rimpianti: "un tempo si correva per passione, oggi per competizione...".

Ma la fantasia è un posto dove ci piove dentro, diceva Calvino. E ieri mi sono inzuppato i piedi in una normale gara di corsa podistica, che ormai più nessuno vuole chiamare così. In altre parole, ho partecipato alla "5^ Colletta Urban Park Trail". E anche qui non ci piove: correre un "Urban Park Trail" pareva tutta un'altra cosa. Nella "U" si sollevava l'ugola per salutare un transito regale d'aria; nella "P" si lanciava una molotov al centro del discorso, e nella "T" si viveva il brivido di Thor e del suo martello da guerriero... 

Il podista, diventato fulmineamente protagonista di un gesto estremo, atletico o amletico non si sa bene. Povero podista.

La testa non dava molti segni di vita. Tutto il prato in pianura sembrava in discesa. "Frena, che poi si sale" veniva scritto sul gobbo davanti a me, ma la discesa non finiva più, e la frenata è durata tutta la gara, naturalmente piatta, contratta, compatta. Naturalmente inadatta. Alla mia testa ho chiesto un riparo, ma come dice il proverbio: "chi si ripara sotto la frasca, ha quella che piove e quella che casca". 

Tutta l'acqua del traguardo ha concesso un corto circuito liberatorio. Basta con questo piattume! Abbandono la spazzatura d'una media da 4:18 al chilometro per dimenticare tutte le prime parole da traguardo: "Quanto hai fatto?", "Ti sei piazzato", "Mi hai battuto"... 

No, questa volta ti ho buttato, urban trail di cemento armato...


1 giugno 2015

Trail Monte Soglio


"Per quest'anno / non cambiare / un trail al mese può bastare...". Ma potrà bastare, all'anima, per rappare al meglio il disco della vita? Forse no. Certo che no.



In ogni caso, nel mese di marzo siamo partiti da Almese, in val di Susa, con il "Trail dei due monti". Ad aprile si vagava per le colline eporediesi, con il "Trailaghi". E per maggio ci siamo ritrovati al Trail del Monte Soglio, nel pieno canavese.

Qui la sveglia è tranquilla per una scelta azzeccata. Il "Gir Curt" da 35 km e 2000 m D+ parte all'ora ideale per un pigro, le 10 di mattina. Si spera nel sole e nella luce d'una cresta da assorbire ad ogni riflessione. E invece ci si scontra con nebbiose sospensioni d'umidità, regali fumanti di mucche, ed altre insidie tra gli alberi aggrovigliati alle radici dei boschi. Si spera nel sole, ma si oscura nel cielo.

Volevamo vedere l'orizzonte. Non ci siamo riusciti. Tra il grigio di nuvole e le pietraie, è tutto un viavai di scarabei dalle brillanti sfumature, in lento transito - o appena scoperchiati al suolo - come tasselli con troppe zampette. Li schivo e li osservo. Qualcuno è già finito sotto una suola ed ha l'aria più deformata di me, quando affronto la salita.

Riesco a dare il meglio: nella prima rampa trattengo un margine di respiro senza affanni. Paolo è dietro e non si vede. Sull'altipiano raduno le forze e mi aggrego ad un gruppetto con il quale alternarmi nella corsa e nella camminata fino al ristoro a quota 1500, prima degli ultimi 200 metri di strappo per la vetta principale.

Mi conforta sentire il corpo come una sofisticata macchina zeppa di sensori, di bisogni, di immagini in ingresso e in uscita. Li elaboro costantemente. Un attimo di distrazione e scivolo. Ora ho un dito sanguinante e un principio di crampo al polpaccio. Tutto si complica in due minuti, ma questo è il momento in cui il Trail, qualsiasi esso sia, entra nella memoria a lungo termine (il momento "animale", nel senso che attiene all'anima invisibile che ci sostiene).

Si deve minimizzare e ripartire al più presto. Ho finito l'acqua, ma trovo un compagno che sta per buttare una bottiglietta ancora piena: la intercetto e me la scolo. E' fantastico dimenticare la sete. Ma bevo troppo, e all'inizio della lunga discesa sento i liquidi che rumoreggiano e spostano qualcosa dall'interno. Questo è il momento in cui il Trail prende corpo. Prende il tuo corpo e lo manipola senza pensare alle conseguenze; per fortuna entra nella memoria solo a breve termine.

Si deve minimizzare e correre più veloci. La discesa mi asciuga lentamente i sudori. Inizio a vedere le schiene di un nuovo gruppetto che è ormai alla mia portata. Qui c'è anche il fratello di Paola, un paio di magliette colorate, e poi un simpatico e longilineo runner di nome Mirco, con il quale ingaggerò la sfida cortese dell'ultima ora... Mirco mi accatasta nella discesa più ripida per poi pagare tributo appena il pendio risale. Lo sorpasso prima della fine, definitivamente, ma solo per questa volta. Perché qualcosa mi dice che incontrerò il suo menisco in qualche prossima escursione!

Il vissuto nel tracciato è sempre personale, solitario, introspettivo. Tanto più è profondo ed interiore, tanto più si solleva e si trasforma in fratellanza sul traguardo, poco prima o poco dopo...





Sulla strada ormai prossima alla fine incontro Maurizio in bicicletta. Questa è casa sua. (Speriamo di incontrarci presto Stoppre!). Ho ancora energia per raggiungere chi sta lottando con i crampi. Sono felice e senza tanti pensieri. Spazzati via con la pigrizia.

Concludo 34 esimo su 235 giunti al traguardo, in 4h e 11 minuti. Risultato inaspettato. Guardo l'ora: sono in tempo per tuffarmi nel bidone del tè freddo, e anche per pensare a Lorenzo che sta per iniziare la sua 100 km del Passatore. Eccoti il testimone, vai Lorenzo!

Mi giro un attimo, appena sporco di nutella, ed intravvedo Paolo che traguarda. Gli ho concesso 11 minuti (e lui se li è presi tutti, ridendo e scherzando)...

Ottima l'organizzazione del Trail. Estremamente scrupolosi in ogni dettaglio i vari componenti dello staff. Esagerati nei controlli, ma tanto gli italiani sono italiani e i furbi anche (fanno gli italiani). Intravvedo Gianfranco, ci salutiamo, ma poi lo perdo di vista. Intanto Paolo si fuma una delle sue sigarette e condivide con gli "Orchi" della sua squadra le sensazioni.

Si mangia con gusto. Siamo in tanti e finiamo a chiacchierare con i vincitori del "Gir Lung": Alla mia destra sta mangiando seriosamente Daniele Fornoni, giunto primo nella gara di 66 km e 3600 m D+ (nel tempo di 7h 09). Vicino a lui c'è il giovane Michael Dola giunto secondo. Ci facciamo un selfie dopo mangiato, mezzi tramortiti. Di fronte a me c'è anche Alberto Ghisellini, di Bergeggi, simpaticissimo terzo classificato. Anche con lui un selfie, e tante chiacchiere di vita e di sport.

Ne vale la pena sempre. Sportiva la mente!


Cotto all'arrivo...


Con Alberto e Paolo


Con Michael e Paolo

28 maggio 2015

Avvistamento Trail

"Quando siedi, siedi; quando cammini, cammina; quando lavori, lavora." (Proverbio Zen)

Ritorno sempre al punto di partenza. Mi metto le scarpe da ginnastica, i pantaloncini aderenti, la maglietta tecnica, il cappellino; poi esco e corro. Almeno ci provo, ma non faccio in tempo a capire cosa succede esattamente, cos'è questa fatica nell'aria profumata di glicine, quel fiore d'acciaio a cui è appesa un'anima o l'orologio che mi confonde il polso e si piazza sopra di me, all'orizzonte del parco... che già torno al punto di partenza più felice.

E' una mezz'ora di Zen, la strada. Occorre "esercitare l'attenzione" e poi "calmare la mente", per "agire concentrato"; "non voler raggiungere nulla" ed "essere indipendenti da tutto". Questi pilastri di filosofia sono da vivere possibilmente in ogni istante. Percepire l'attimo e viverlo così com'è: questo è Zen. 

Dopodomani ci sarà una lunga strada da fare. Non devo pensarla tutta in una volta. Solo al passo successivo, al respiro successivo, al tratto di strada successivo. E ogni volta a quello successivo ancora. Si dice che solo così si provi piacere, attraversando l'esistenza del momento, nel momento in cui la vita lo richiede. E sentire gli istanti come si sentono i propri istinti.


17 maggio 2015

In due salti

Nell'ultima corsa avevo accolto l'etimologia di una radice che spezzava l'asfalto rovente. Correre poteva dunque parlare di cose genuine. Certo in uno sforzo condiviso. In una risata in faccia al mondo. Vivace. Loquace. Passeggera.

Dalla crepa, sottoterra, l'inconscio irragionevole ha proseguito la sua naturale visione del movimento. E l'asfalto ha lasciato il posto alla terra bagnata. La calura alla fresca pioggia. La polvere al fango. La pianura alla montagna. L'irrilevanza dell'etimologia alla sostanza dell'entelechia. Viva. Silenziosa. Finale.

Irrilevanza nel senso di "rilievi inesistenti" che la pianura non può offrire alla mente quando corro. La storia delle parole circolanti nell'allenamento senza verticalità è breve. Le radici emotivo-logiche sono corte. Pista, crono, metro. Parco, curva, piede. Puzza, striscia, moto. 

Sostanza nel senso di "sosta nutriente" che la montagna offre alla mente quando impone alla corsa di rallentare, di fermare il pensiero. E di portare a compimento una missione radicale: attraversare se stessi al contrario. Dal basso verso l'alto. Anziché scendere nelle viscere delle proprie emozioni, salire tra le nuvole dei propri desideri. Le radici sono lunghe e illogiche, ma motivanti. Mulattiera, cinguettio, temporale. Arcobaleno, tornante, pozzanghera. Inebrianza, naturalezza, movimento.

Entelechia, dal greco entelécheia, significa "avere" (échein) "il compimento" (télos) "in sé stessi" (en)’. Per Aristotele, una realtà che contiene (in se stessa) la meta finale verso cui evolvere.

Entelechia è la tensione di un organismo a realizzare se stesso secondo leggi proprie, passando dalla potenza all'atto. Una sorta di finalità interiore necessaria per raggiungere il suo pieno sviluppo. Per esempio, Giulio Cesare conteneva già in sé la vittoria sul Rubicone. E Michelangelo, parlando delle sue statue, ricordava che era il pezzo di marmo ad avere già dentro di sé quella figura, che chiedeva di uscire.

Il libero arbitrio era un concetto che Aristotele non poteva ancora stimare. Ma non importa. Ciò che conta è che per entelechia, per caso o per fortuna, sicuramente per azzardo, sabato mattina io e Paolo ci siamo spinti verso le montagne intorno a Piossasco. Erano loro a contenerci tra i sentieri erbosi, e noi a comprendere le montagne stesse, come fossero mete necessarie per poterci osservare dall'alto anche solo per qualche istante, respirare l'aria del traguardo, e poi tornare nuovamente ai piedi stanchi, con un altro sguardo...



Felici, dopo 20 km e 800 m D+

11 maggio 2015

In due crepe

Che calura. Che tormento. Uscire a correre per entrare in me stesso, dove il caldo è più liquido e animale. Potrei infilarmi in una delle tante crepe immateriali, e diventare sagoma della mia mente. Svanire dalla biologia per tutta questa strada appare così semplice... 

Ma le parole di Raffaele sono napoletane e quelle di Gabriele siciliane. Si ride a crepapelle senza osservare più nulla che sia al di sopra delle nostre fatiche. Le teste si abbassano inzuppate di sudore. 

Per terra appare un albero da una crepa. E' una radice etimologica sfuggita chissà dove. La raccolgo e scappo via. Correre diventa così lógos (discorso) sull'étymos (vero, reale, genuino). Etimo-logica-mente. O irrazionalità a forma di barbagianni?


6 maggio 2015

In una torta

La fatica è ripagata, solo adesso. Grazie Gabriele, grazie Lorenzo per la corsa di questa sera... Ma l'aria è ancora impregnata di farine di pollini integrali, e dopo l'allenamento si fa respirare - con tutta l'ansia necessaria - per impastare in fretta la torta di compleanno. La mia torta preferita, di mandorle e mele; tante mandorle e tante mele.

Aspetto con impazienza che il lievito agisca nell'intorno dei pensieri pronti per la cottura. Mi avvicino al forno, mentre alla radio Venditti canta la sua ultima canzone... 

Ma tu, torta mia, cosa avevi in mente di diventare?

La torta di compleanno