8 ottobre 2013

Cosa significa pensare

"Cosa significa pensare?" se lo domanda Heidegger. Per noi occidentali, pensare significa afferrare, prendere. Acquisire un pensiero per elaborarlo, piegarlo alla nostra volontà, per non lasciare le cose così come stanno. Pensare per possedere, per scoprire il segreto della natura e disporne. 

La tecnica è qualcosa di molto occidentale. L'istinto, qualcosa di molto orientale. La ricchezza materiale è qualcosa di molto occidentale, la ricchezza spirituale qualcosa di molto orientale. Le parole sono più occidentali dei silenzi, quelli che servirebbero nei disastri.

In Oriente, il pensiero non afferra le cose, ma semplicemente le conosce per connettersi ad esse e comprendersi nel tutto che ospita. In Oriente, il pensiero non è mai stato declinato nella direzione del potere. In Occidente, la conoscenza non rivela mai la sua innocenza, ma quasi sempre la sua cupidigia: il potere del tiranno genera esodi di massa; il potere finanziario genera masse di esodati.

In Occidente non lavoriamo per vivere, lavoriamo perché siamo preda di un pensiero che pensa in termini di elaborazione della natura, quella natura che al tempo di Eraclito "amava nascondersi" e che ora, aggredita dal pensiero occidentale, è diventata un deposito di risorse. La terra si coltiva, il sole e il vento si sfruttano, la montagna si frantuma, l'acqua si turbina; dalle piante alle imbarcazioni, dalla pesca alle catene utilitaristiche. Tutto converge nell'homo faber, il soggetto che è in grado di operare una trasformazione reale del pensiero in qualcosa di pratico. In fondo, non sappiamo pensare se non agitandoci.

"Così pensa l'Occidente, da Socrate a Nietzsche: in termini di volontà di potenza e quindi di aggressione e conquista. E non c'è più da stupirsi se il mondo è diventato tutto occidentale, percorso da un pensiero che conosce solo progetti e conquiste".

Eppure, ad un certo punto, Heidegger iniziò a dire che "pensare significa lasciar-essere (lassen) le cose come in se stesse sono, udirne il richiamo (heissen), disporsi all'ascolto (danken)". Un distacco dall'occidente senza mezzi termini!

Scrive ancora Heidegger: "E' venuto il momento di disabituarsi a sopravvalutare la filosofia e, di conseguenza, a pretendere troppo da essa. Nell'attuale povertà del mondo, questo è necessario: meno filosofia e più attenzione al pensiero; meno letteratura e più cura alla lettura delle parole. Il pensiero, infatti, col suo dire, questo solo fa: porta al linguaggio la parola inespressa dell'essere. Ed è per questo che il linguaggio è insieme la casa dell'essere e la dimora dell'essenza dell'uomo. Il pensiero deve scendere nella povertà della sua essenza provvisoria e raccogliere il linguaggio nel dire semplice. Il linguaggio è il linguaggio dell'essere come le nuvole sono nuvole del cielo. Il pensiero, con il suo dire, traccia nel linguaggio solchi poco vistosi. Essi sono ancora meno vistosi dei solchi che il contadino, a passi lenti, traccia nella campagna".

***

Il linguaggio di un corpo libero di correre non sente il fruscio di un pensiero che cerca di trovarne le ragioni... 

Una sola lingua, quella interiore, è assetata di essenze orientali, ma non sempre riesce ad esprimersi. E così si ripiomba in un sonno profondo ed incosciente... 


  

4 commenti:

Fausto di Bio Correndo ha detto...

Davvero interessante! Nel mio giorno free dalla corsa, se non ti dispiace, faccio un collegamento al link di questo post! Merita davvero.

marianorun ha detto...

Grazie Fausto...

Anonimo ha detto...

Anch'io mi permetto di pubblicare (avvalendomi del permesso che mi avevi dato in altra occasione) sul mio diario FB questa tua interessantissima riflessione.
A presto , ci vediamo al parco, liberi di non sentire i fruscii...
Ciao.
Max

marianorun ha detto...

Max! domani al parco, liberi dai frusciii...