6 aprile 2014

Granelli d'Acaja

Alla terza edizione della 10 km degli Acaja c'erano tantissimi colori accesi dal sole. In movimento ordinato e tangente alle bellezze medioevali di Pinerolo, un comune a meno di 40 chilometri da Torino.

Ora che ci penso, quando salgo sulla metropolitana, ad un certa fermata, sento una vocina che ricorda: "Principi d'Acaja". Il casato dei Savoia, il medioevo. E poi? "Bernini", e la vocina è già alla fermata successiva.

La stirpe degli Acaja nasce con Filippo I, che muore a Pinerolo nel 1334. Ecco il nesso, ma domani me ne sarò già dimenticato, perché questo mi capita di vivere: i salti nel tempo, nello spazio, nei vuoti di memoria. Ho anche letto da qualche parte che a Pinerolo c'è una fortezza, il castello Donjon, utilizzato come prigione per i nemici di Luigi XIV, tra i quali la famigerata "maschera di ferro", enigma anche per gli storici.


Il Pinarolo è un fungo commestibile, il "suillus granulatus". Granulare, ecco cosa rimane del mondo quando si scava nel profondo. Lo dice anche la quantistica: lo spazio è fatto di atomi di spazio e il tempo non scorre come un fiume ma gocciola come un rubinetto che perde. Spazio e tempo non sarebbero continui, infinitamente tagliuzzabili. "La realtà non è come ci appare" è anche il titolo del libro che ho appena aperto, del fisico Carlo Rovelli

Prima che il tempo sgoccioli via e faccia i suoi danni allagando il monolocale cranico (lasciando riposare Democrito e qualche suo atomo che ora potrebbe appartenermi) raccolgo i granelli della corsa di stamattina.




Partenza ore 10:15. Circa 700 paia di scarpe importate da mezzo mondo e incollate tra due file di transenne ad un lato della spaziosa piazza Vittorio Veneto. Granelli di gomma che saltano sull'asfalto. Il percorso è ad anello, cinque chilometri per due giri. Un anello piegato, visto che i primi due chilometri sono in discesa e i successivi tre in leggera salita. Alla fine, comunque, 70 metri di dislivello positivo. Granelli di spazio verticale da respirare e da soffrire.

Il primo giro è dedicato al mio ginocchio e alle tentazioni del giovane podista. Saluto presto Rosario che srotula via troppo veloce. Nel tratto di salita, però, sento che quello è il mio territorio: respiro meno affannosamente di quelli che sorpasso ed alzo gli occhi verso le vicine montagne imbiancate, una meraviglia!

Il secondo giro è più faticoso. Non penso più ai dolori del corpo né a quelli della mente. Sopporto i granelli di tempo che si sciolgono sulla fronte sudata. Raggiungo una giovanissima atleta dell'Atletica Saluzzo e poi inizio il conto alla rovescia. Ma anche questa volta due arance mi si spremono sui lati: Lorenzo e Luca, della Podistica Torino. Cento metri senza rispetto per nessuno. Nessun dorma di Puccini s'addice, come dice Mauro, ad essere affettata. Qualcuno vincerà lo sprint. In tre passiamo, poco dopo l'alba, il traguardo nello stesso istante, 40:53. E poi tutto tace. Fino ai cannoli siciliani.


2 commenti:

Fausto di Bio Correndo ha detto...

Abbiamo impostato il nostro racconto più o meno nello stesso modo, il sentire prima di tutto e poi, come dettaglio, la corsa!

marianorun ha detto...

Un dettaglio (correre) senza il quale non si impostano racconti né si sentono lamenti... ;-)