6 dicembre 2013

Invictus

“Non importa quanto sia stretta la porta, quanto piena di castighi la vita. Io sono padrone del mio destino, io sono il capitano della mia anima”  

William Ernest Henley, dalla poesia Invictus

Nella cella di Robben Island, così piccola che per percorrerla bastavano tre passi, Nelson Mandela leggeva ogni giorno una poesia intitolata "Invictus" di William Ernest Henley. Leggeva la poesia e ne prendeva l'energia, per 26 lunghissimi anni. 

Mandela apparteneva alla famiglia reale dei Thembu, di etnia xhosa, la seconda popolazione di colore dopo i nove milioni di zulu, in una fertile valle del Capo Orientale, un villaggio di candide capanne. 

La sua biografia è proprio da leggere. E' stato il padre, ed ora sarà il simbolo, della lotta contro l'apartheid.

Voglio sostenere anch'io che la sua forza, almeno una parte di essa, sia da attribuire a questa grande poesia, dal titolo latino "Invictus" che significa "invittto", cioè "mai sconfitto".

Fu composta nel 1875 e pubblicata per la prima volta nel 1888 nel Book of Verses ("Libro di Versi") di Henley, dov'era la quarta di una serie di poesie intitolate Life and Death (Echoes) ("Vita e Morte (Echi)").


Per la cronaca, all'età di 12 anni Henley rimase vittima di una grave forma di tubercolosi ossea, il morbo di Pott. Nonostante ciò, riuscì a continuare i suoi studi e a tentare una carriera giornalistica a Londra. Il suo lavoro, però, fu interrotto continuamente dalla malattia, che all'età di 25 anni lo costrinse all'amputazione di una gamba per sopravvivere. Henley non si scoraggiò e continuò a vivere per circa 30 anni con una protesi artificiale, fino all'età di 53 anni. 


Henley era amico di Stevenson, che si ispirò a lui per il personaggio di Long John Silver ne L'isola del tesoro.


La poesia Invictus fu scritta proprio sul letto di un ospedale.



Invictus                                                                                         


TestoTraduzione
Out of the night that covers me,
Black as the pit from pole to pole,
I thank whatever gods may be
For my unconquerable soul.

In the fell clutch of circumstance

I have not winced nor cried aloud.
Under the bludgeonings of chance
My head is bloody, but unbowed.

Beyond this place of wrath and tears

Looms but the Horror of the shade,
And yet the menace of the years
Finds and shall find me unafraid.

It matters not how strait the gate,

How charged with punishments the scroll,
I am the master of my fate:
I am the captain of my soul.
Dal profondo della notte che mi avvolge,
Nera come un pozzo da un polo all'altro,
Ringrazio qualunque dio esista
Per la mia anima invincibile.

Nella feroce morsa delle circostanze

Non ho arretrato né gridato.
Sotto i colpi d’ascia della sorte
Il mio capo è sanguinante, ma non chino.

Oltre questo luogo d'ira e lacrime

Incombe il solo Orrore delle ombre,
E ancora la minaccia degli anni
Mi trova e mi troverà senza paura.

Non importa quanto stretto sia il passaggio,

Quanto piena di castighi la vita,
Io sono il padrone del mio destino:
Io sono il capitano della mia anima.

2 commenti:

La Polisportiva ha detto...

stupendo.. questa è la Forza. Grazie del bel post

Fausto di Bio Correndo ha detto...

Oh Mariano! Pensavo anch'io stamani di pubblicare la poesia. Ho aspettato qualche ora, pubblicare di getto un qualcosa, soprattutto dopo aver fatto la notte al lavoro, non è mai la cosa migliore, ma alla fine credo che qualsiasi cosa si scriva o si dica di quest'Uomo sia sempre identificativo con il suo essere.