28 marzo 2012

Le catene

Non so quanti Marx o Engels si aggirino per la Rete. Di sicuro sono moltissimi. Ma lo spazio “infinito” li disperde a meno che non si “leghino” a tronchi di materialismo moderno, e ne salgano la cima con un gran lavoro. 

Innumerevoli menti pronte a smontare e rimontare filosofia, storia, economia… sono affacciati quotidianamente alla meravigliosa finestra di internet. Non hanno nulla da perdere se non le proprie catene? Possono guadagnarsi un mondo nuovo anche loro? 

Marco Belpoliti, su La Stampa di venerdì scorso scrive più o meno così: 
«Non hanno nulla da perdere se non le proprie catene», così Marx ed Engels nel Manifesto del partito comunista. Le catene definivano la classe operaia, il proletariato. Ma oggi le catene ci sono ancora? 

Ho la netta sensazione che ce ne siano sempre meno in giro. Ci sono le catene con lucchetti: cantine, solai, biciclette, motorini; poi le catene da neve. Forse si utilizzano nel bondage e nelle pratiche fetish, per quanto la corda prevalga per ovvie ragioni di comodità. Scomparsi i punk, le catene esibite su abiti e corpi sono sparite. Di certo si utilizzano sempre meno in agricoltura e nell’industria: per trainare cose, avvolgere oggetti, far funzionare macchinari. 

La catena di ferro è probabilmente l’emblema di un mondo oramai tramontato. Non si recano più in catene neppure gli arrestati o i carcerati, e le polizie di tutto il mondo usano manette di plastica, che pesano poco. Secondo un sociologo, la produzione e il consumo di catene sarebbe la misura della post-industrializzazione di ogni paese. 

Le catene sono diventate virtuali, come quelle per compilare le voci di Wikipedia, trasmettere una notizia, realizzare una mobilitazione. «Occupy Wall Street» è una catena di persone. Cosa scriverebbero Marx ed Engels redivivi? Se non ci sono più catene di cui liberarsi, cosa ne sarà della rivoluzione? 

Le catene si sono solo trasformate: ci sono molti e invisibili allacciamenti che ci tengono legati, che ci stringono e persino ci opprimono. Le catene attuali sono leggere e piacevoli, riguardano prima di tutto le nostre abitudini comunicative, il modo in cui ci colleghiamo con il mondo, e con gli altri. Ogni anno se ne fabbricano di nuove: computer, cellulare, Facebook, Smartphone, Twitter… Sono catene di secondo grado: catene di catene; non si distinguono più… 

Ma è importante restare collegati. Chi si scatena rischia di restare solo...

2 commenti:

fathersnake ha detto...

A volersi liberare da tutte queste moderne catene che ci avvincono si rischia di rimanere isolati. Forse la soluzione sta nel mantenere la consapevolezza di non essere del tutto liberi, pur rimanendo incatenati.

marianorun ha detto...

Nel 1880, Marie von Ebner-Eschenbach scriveva che "gli schiavi felici sono i nemici più agguerriti della libertà". Allora la schiavitù era insopportabile, oggi è quasi un farmaco, una terapia, un sedativo distribuito alle nuove generazioni. Un sms, "tvtb" e il senso dell'evoluzione della specie non cambia... Forza gioventù!