23 settembre 2013

Oulx: le prime impressioni

La partenza

Oulx, 22 settembre 2013

Dopo un’oretta di autostrada arrivo nella piazza del paese di montagna. Mi colpisce il porfido perfettamente allineato che sembra proseguire dalla terra verso il cielo grigio di nuvole basse. Sono le sette di mattina e sopra le case ondeggiano imperscrutabili vapori immaginari. Scendo e mi oriento. Laggiù dovrebbe esserci il punto di accoglienza. Mi sento tranquillo, anche se un po’ spaventato, come prima di un esame. Ritiro il pettorale e il chip da infilare tra i lacci della scarpa. Passano pochi minuti, ma sembrano tanti; vivo una specie di lungometraggio di primi piani, sorrisi e suggerimenti. Poi attraverso la piazza e annuso l'aria fresca. Ci sono meno di dieci gradi.

Appena fuori, mi accorgo di una faccia nota: è Nico Valsesia che sorride e chiacchiera con altra gente. (Più tardi, alla partenza, lo saluterò chiedendogli della traversata del Salar, il "deserto di sale" in Bolivia, dove lui e Marco Gazzola sono stati protagonisti per Deejay TV - Fino alla fine del mondo (vedi qui); è molto simpatico e forte: quando gli racconto che il filmato mi ha entusiasmato mi dice che è tutto falso, è stato tutto un montaggio, e poi ride.


Nico Valsesia

Il piazzale si popola di mormorii, mentre il cielo si apre proprio in direzione del colle del Vin Vert (a duemilasettecento metri) che dovremo raggiungere tra poche ore. Mi sembra quasi impossibile. Non lo guardo più di tanto. Mi spaventa. Passo in rassegna il vestiario di chi mi sta accanto, per osservare quanto sono "sprovveduto". Quasi nessuno indossa le scarpe leggere (come me). Quasi tutti hanno uno zaino tecnico con porta borracce e spalline rinforzate, mentre il mio è del 1995 e appare un oggetto non identificabile. Per il resto sono all'altezza della situazione. Ho anche il berretto da soldato, ma soprattutto il coraggio d'affrontare l'ignoto.

L'adunata è in un prato riservato del parco. Qui c'è Marco Abbà, l'atleta e organizzatore del Trail che spiega rapidamente il tracciato, la sua asprezza, ma anche l'importanza di divertirsi, in quest'occasione che rientra nel circuito di "I run for Find The Cure", un team di volontari che ha deciso di impegnarsi attraverso lo sport nella raccolta fondi per aiuti umanitari alle popolazioni più povere e meno libere.

Mi guardo attorno e chiedo informazioni. Scopro che tutti vorrebbero sfogarsi e raccontare la loro preparazione e le loro esperienze. Siamo uguali. Tanti sono veterani. Io non lo sono ancora, ma penso che questa potrebbe essere l'occasione per imparare "dalla diretta della vita". Mi chiedo quanto sono disposto a cedere (il passo) alla fatica. Quanto sono disposto a perdere, come dice Jovanotti. 

Osservo le facce. Più di cento paia di occhi e un solo grande sguardo. Mi piace. E' lo sguardo dell'animale che ama la Natura, i sentieri e le pietre, i greti e l'acqua gelata che disseta. Le rocce attendono a breve distanza.

Il percorso del Trail è tutto qui. Nel senso che tutti sapevamo di dover fare tante migliaia di passi. Lunghi o brevissimi. E tutti avevamo memorizzato più o meno come e dove avremmo fatto i conti con i nostri limiti. Eppure ogni corsa è imprevedibile, tanto più quanto meno ci si conosce. Elementare a dirsi. E poi si cambia pelle, dopo essersi conosciuti arrendevoli o resilienti, affaticati o leggeri. Si diventa qualcun altro, dopo ogni ultra-trail.

Ciao sono Mariano. Ciao sono Mario di Oristano. Anche tu nuovo del percorso? Che posto! Poi si parte ed ha inizio la trasformazione. Per noi due, e per tutti gli altri cento. A metà della via può capitare d'incontrare la sofferenza, dolori e crampi. A noi due è capitato. E il dolore non lascia spazio ad altri pensieri. Lui lavora nel profondo. Chiede in prestito la tua anima e poi la logora, restituendola quando prometti di non evocarlo più, e di fuggire dalla sua maledetta morsa. Il crampo è doloroso e sopraggiunge quando la fatica supera la soglia che il muscolo è in grado di sopportare. L'allenamento è fondamentale, molto più della biochimica di un sale. Ma siamo ancora lontani dall'arrivo, molto lontani.
Venticinque chilometri di lotta con i muscoli delle gambe, con i polpacci, con le deformazioni della sensibilità che stravolge il paesaggio ed accende lampi di luce negli spasmi che durano meno di un minuto, e minano il sentiero di fantasmi e di paure di non poter più correre dal dolore.

L'importante è non fermarsi. Appena passa, rimettersi in piedi e saltellare. Questo è stato il mio Trail, nella seconda parte, e anche quello di Mario. Nella prima, invece, puro divertimento e meraviglioso spettacolo della Natura settembrina ad alta quota.



Mario di Oristano (e Mariano)
(segue seconda parte e foto)

21 settembre 2013

Remember

Sulla maglietta tecnica in microfibra che domattina dovrei ritirare ad Oulx, nel pacco gara, trovo una buona spremuta di valori umani che dovrei bermi questa sera, come elisir dello sportivo. Una frase, una scritta dietro la schiena; questa la sostanza da inghiottire.

La maglietta è nera, un po' bruttina, e la frase è di qualcuno già oltrepassato, che non riesco a identificare. Eccola:   "Ci sono solo tre vincitori: colui che compete con se stesso, colui che attraversa per primo la linea del traguardo e colui che termina la gara."

In pratica, il fatto stesso d'aver pensato di poter "correre" in montagna per 50 chilometri con nessuna preparazione tecnica, senza equipaggiamento moderno, senza supporter, senza tanto di tanto, mi rende un valido competitor di me stesso, e dunque un vincitore, seppur folle. 

Accorperò la mente oltre ciò che è dato vedere. Oltre il reale, l'immaginario m'attende per scendere e poi risalire tra le cantiche dantesche, e forse divertirmi ad incontrare qualche anima perduta come me, o qualche avo un po' guerriero...




P.S.: Domani "porterò" anche mio nonno Ernesto, che a 75 anni iniziava a sentire il Rocciamelone un po' faticoso, e che moriva esattamente 22 anni fa (credo proprio il 22 settembre...)

Negrita / La tua canzone: http://www.youtube.com/watch?v=aLH3hbAbT7s


19 settembre 2013

Il mantra

"May you all be happy, may you all believe" (Jack Jaselli)

Un ricercatore, ecco cos'è Giacomo, in arte Jack. Un viaggiatore alla ricerca di sè, del meglio di sè, da Bali a Bangkok, passando per l'Australia. Un musicista dell'anima, un rianimatore della filosofia, come la intendo io.


Fino all'altro ieri non sapevo chi fosse. Ora mi sembra d'averlo sempre conosciuto. La sua musica, le sue ripetizioni, sono un mantra, un "veicolo" che protegge chi si mette in movimento. Chi corre, là dove deve correre. Le ripetizioni dell'esistere. Le note, il respiro in mezzo alle parole che si sfibrano nell'uscita all'aria aperta, sono il traguardo dimenticato della sera; il colore di un cielo che stupisce, come il coraggio inaspettato che sfida la felicità... 

E come per Cristoforo Colombo, nel viaggio, la sua grandezza. 



"Ocean 5 a.m.": https://www.youtube.com/watch?v=08eK4yeHHWA

"Forgiven": https://www.youtube.com/watch?v=keAX5vn9H5o





Jack Jaselli nasce il 25 giugno 1980 a Milano e cresce viaggiando per il mondo. È un cantante, chitarrista e autore. Laureato in Filosofia, negato totalmente per gli sport di squadra, è un grande appassionato di surf e pugilato. Fin da piccolo studia diverse lingue (inglese, francese, tedesco) e impara per conto suo lo spagnolo. A 12 anni durante una lezione di musica alle scuole medie scopre di poter cantare e da lì non ha mai smesso. A 13 anni il primo incontro con il pugilato e in particolare con Romolo Calvenzi che ha rappresentato sempre una fonte d'ispirazione nella sua vita. A 14 anni scrive le sue prime canzoni e al liceo suona in molti gruppi punk per poi scoprire la musica elettronica. A 17 anni Inizia a viaggiare da solo, zaino in spalla e via. Un po' per seguire le onde (pur non essendo un surfista eccelso) un po' per suonare in giro e soprattutto per vedere e vivere. Dopo vari lavori (volontario in un centro di biologia marina su un'isola al largo di Seattle, riparatore di resistenze in Svezia e in Australia) all'università studia Filosofia, la sua passione che lo tenta tanto da portarlo a pensare di dedicarsi alla carriera accademica. Nel frattempo frequenta per un anno la Scuola Civica di Jazz, scopre il mondo della black music, del gospel (canta in vari cori) e lavora in vari studi di registrazione come vocalist, compositore, autore di testi per pubblicità e produzioni. Dopo la laurea in Filosofia, deluso da ciò che aveva visto dell'ambiente musicale e accademico decide di lavorare per un anno in radio (Play Radio, poi Virgin) come autore e speaker. Questa esperienza illuminante gli fa capire cosa "non" vuole fare. Si dedica allora completamente alla musica e scrive nuovi brani che registra insieme a Nik Taccori (il primo a credere nel progetto e a farne parte) e al contrabbassista argentino Roberto Seitz. Nasce "The House In Bali", il primo singolo, pubblicato in modo indipendente come Giacomo Jaselli Y Los Magicos: viene scelto come "uno dei 30 brani dell'estate 2007", vince un concorso sul sito Peter Harper (scultore, fratello di Ben), e guadagna l'airplay radiofonico su Radio Deejay. Inizia un'incessante attività live. Dopo "The House In Bali" cambia produzione e decide di formare la band chiamando Fabrizio Friggione alle chitarre e Enea Bardi come bassista e arrangiatore. Al Gran Gran Studio di Bardi registra un ep dal titolo "Paper Stars". Dopo aver costruito una solida credibilità live, partecipano a due edizioni del Mi Ami e inventano e propongono anche l'Headphonk live: un live in cuffia, muto per i passanti ma in full effect per chi indossa le cuffie attaccate al mixer in cui vengono convogliati tutti gli strumenti. Nel 2009 gli viene chiesto di presentarlo ad Artissima a Torino. Decide di registrare con la band un nuovo disco, totalmente autoprodotto e ancora una volta registrato al Gran Gran Studio di Enea Bardi. Nasce "IT'S GONNA BE RUDE, FUNKY, HARD...". In tutto questo continua a viaggiare e a portare la musica in ogni posto possibile armato della sua mini-chitarra da viaggio...
Dopo la vittoria al concorso che gli ha permesso di aprire i concerti dei Negramaro all’Olimpico e San Siro Jack Jaselli torna con una nuovo video e un nuovo singolo, Christopher Columbus.

17 settembre 2013

Il sale

Il maratoneta Dorando Petri




Il fumettista Guido Silvestri (in arte Silver, creatore di Lupo Alberto e di molte azioni di Sturmtruppen) 















e Luciano Ligabue...



sono nati a Correggio, in provincia di Reggio Emilia, dove la nebbia è pianura padana, che risana...

Correggio, Curèz in dialetto reggiano, Curèš in dialetto correggese...

Tutti e tre sono sempre stati dei motori. Sono partiti da "Cor", oppure da "Cur". E sono sempre stati in corsa (in curva) per la vita propria, dei lettori, e dei fan...

Il sale della terra di Ligabue mi dà l'occasione per affrontare, per confrontare, per salare e per salire (sopra) le mie paure. Alzare il culo dalla sedia...

Siamo il culo sulla sedia, il dramma, la commedia, il facile rimedio...
Siamo la farsa, la tragedia, il forte sotto assedio
Siamo la vittoria della tradizione
Siamo furbi che più furbi di così si muore

     Siamo... il sale della terra!
     Siamo... il sale della terra!

Siamo la freddezza che non ha paura
Siamo quel tappeto steso sulla spazzatura
Siamo la Montblanc con cui ti faccio fuori
Siamo la risata dentro il tunnel degli orrori

     Siamo... il sale della terra!
     Siamo... il sale della terra!

***

Alzo il culo dalla sedia, e mi iscrivo all'ultra trail (50 km) di Oulx. 
Spero di non sentire una risata dentro il tunnel degli orrori... J





12 settembre 2013

San Francesco al Campo

Le impressioni
Domenica 8 settembre, ore 10
Gara UISP - 9,6 km a San Francesco al Campo (TO)

Certo non mi aspettavo di volare. In questo territorio verde e boschivo, poi, la caccia è più o meno consentita, e dunque occorre stare attenti. Alcuni hanno provato a volare a loro rischio e pericolo in mezzo alle stradine di campagna ben sorvegliate dagli ausiliari dei carabinieri, spesso intenti a sbadigliare davanti allo stormo sgambato di podisti sempre in cerca di decollo, o di un collo di bottiglia da afferrare.

Il vicino aeroporto di Caselle è però un invito ad immaginarsi in alto nei Cieli. Una sorta di preghiera dallo spirito sportivo. Il mio vicino di corsa sembra un motore che ansima ancor prima del botto di partenza. E' un vigneto che ribolle ancor prima della vendemmia.

Il decollo, però, è un affare di portanza gravitazionale. E una curva a pochi metri dal via, in piena discesa, scatena un mezzo inferno. C'è chi ha imbardato e subito abortito il suo decollo. Chi ha dato reverse ed esteso gli spoilers. Chi è esploso in un vaffa poco igienico. Anch'io sono stato poco esemplare, alzando per bene le gambe e pensando di calpestare chi si fosse trovato a mezza via tra la terra ed il mio cavallo imbizzarrito.

In breve, è andato tutto bene, ma poteva essere qualcosa di poco francescano. Il primo chilometro è nello sterrato e sento che l'energia mi assiste. Ho appena salutato Gabriele che con me, in auto, ha cercato - per tutto il tragitto di avvicinamento a questo paesino - di trovare un cappio di motivazione a cui appendersi, invano. Mi fa cenno di andare, e io vado.

Non sento praticamente nulla, nessun rumore dall'esterno, né dall'interno. Sono solo in mezzo a tanta luce, perché il sole ha riacceso i colori. Come nella poetica del fauvismo, nella sua sconsiderata immediatezza delle scie, scorrono a destra e a sinistra dei mie paraocchi i tratti accesi e puri di verde e giallo e blu spremuti direttamente dai tubetti della Natura schiacciata dal nostro vento. 

Il secondo chilometro è spirato senza che potessi accorgermi d'esistere, e questa è la sensazione di meraviglia che adoro, nella corsa. Mi giro e sento la voce di Gabriele che mi affianca e si propone di accompagnarmi. E' solo una voce. Lui, in carne ed ossa, arriva a mollare poco dopo e mi sparisce alle spalle. Assaporo due chilometri inseguendo le gambe di chi mi sta davanti. Non mi sorpassa quasi nessuno, anzi, ogni tanto riprendo qualche runner affaticato.

I pensieri sono pochi e dinamici come in "Safe&Sound" ("sano e salvo") di Capital Cities. Il ritmo è quello. Sì, è proprio ciò che occorre per attraversare i dieci chilometri indenne. Pochi, ma solidi pensieri. Battere i piedi senza far rumore. Spingere sulle punte e sollevare le ginocchia. Questa solitudine accentra le sensazioni fino a catturare qualcosa di chi mi precede. Lo copio, gli rubo lo stile di corsa, per vedere se le risposte sono ancora mie, acquisite, oppure no. A volte sono in due che stanno facendo strada, e mi intrometto; seguo la scia con occhi socchiusi e poi parlo anch'io.

Pian piano la solitudine arriva al sesto chilometro e qui mi accorgo che il significato di oggi è proprio quello di stare solo un po' con chi mi precede, prima di superarlo. Certo, tutto si svolge in qualche centinaio di metri, in qualche minuto nell'intorno dell'andatura massimale, mia e di altri venti o trenta come me. Perchè una settantina sono irraggiungibili, davanti, e più di duecentocinquanta sono dietro, ad un passo dalle rispettive stanchezze, e sofferenze, e gioie, e ideali di vita.

Anche i miei compagni di squadra sono un po' avanti e un po' indietro. L'Atletica è spezzata in due o tre pezzi. Domenico Amorosi è la lama più affilata di tutti, e di punta arriva al traguardo in 34'45", terzo assoluto. Un vero Atleta. Seguono i top runner Giuliano (35'34") e Gianluca (37'27") e subito alle spalle il Presidente e Gianni dei "cugini che corrono". Al minuto 38'52" taglia il traguardo Raffaele, insoddisfatto ma sempre forte per il resto del gruppo. Al 40'36" finalmente raggiungo il ristoro pure io, 7° dell'Atletica e 89° assoluto (su 312 arrivati). Gabriele arranca un po' deluso della sua prestazione; gli sorrido, e ci abbracciamo prima di addentare i biscotti duri e sputacchiare il thè bollente alla ricerca di qualcosa di ghiacciato. Roberto è ancora dietro e poi Vito in una buona forma davanti a Francesco. Grande prova per il giovane acquisto Lorenzo Barale, diciassettenne che ha vinto la corsa degli Allievi e poi si è piazzato dietro Gabriele nella nostra gara!

Al sito dell'Atletica i dettagli di classifica.

Le impressioni più intense le ho lasciate lì nella grande piazza San Francesco, insieme a quelle di tanti altri. Anche quelle più povere e più umili. Quelle della fame di torta e quelle della buona scorta di entusiasmo per affrontare un ultra-trail...










12 giugno 2013

Il debito

Il filosofo greco antico Sinesio di Cirene sosteneva che «tra l’anima che pensa e il corpo che vive esiste una terza entità in cui i moti del corpo trovano la loro espressione spirituale e i pensieri dell’anima il loro peso corporeo».

Questa entità si chiama fantasia, e fantasmi i suoi prodotti. In pratica, Sinesio era già nel vocabolario di Freud, per il quale la natura fantastica è nutrimento dell’anima, e senza fantasia l’intelletto è cieco e il sentimento delira.

A volte, mentre corro, la fantasia abbandona la coscienza in mezzo ai sensi; si diverte a vedere qualche gioco di lotta. E quando anche il senso della corsa si perde nella fatica, ecco apparire i limiti, le cose colte per lati, i profili e gli adombramenti dell’esistenza e del tempo che la scandisce. Solo la fantasia può oltrepassare questi istanti dove la coscienza, priva di immaginazione, è già esanime e sconfitta.

La fantasia, lungi dall’essere incoscienza, reclama di tornare dall’esilio in cui la ragione dell’Occidente l’ha confinata, e in cui l’ha lasciata la stessa psicoanalisi. Ciò che dobbiamo al gioco della fantasia è incalcolabile, perché «la fantasia è il debito inconfessato di ogni conoscenza».



5 giugno 2013

Fantasticheria

Il filosofo francese Gaston Bachelard sosteneva che «scientificamente, si pensa il vero come correzione storica di un lungo errore e si pensa l'esperienza come correzione di una comune e prima illusione».

L'esperienza allena a correggere le proprie illusioni. La verità della scienza non illude, al massimo prevede.
Il francese proseguì per anni su questo sentiero filosofico, addentrandosi fino al centro di uno spettro epistemologico con due estremi, l'idealismo ed il materialismo: una faticaccia. Poi un giorno s'illuminò, e iniziò a far correre l'immaginazione, a sognare, fino a scrivere che «l'appartenenza al mondo delle immagini è più forte e più costitutiva del nostro Essere che non l'appartenenza al mondo delle idee».

A tale conclusione sono giunto pure io, seppur calpestando strade più sportive che filosofiche.

L'appartenenza al mondo delle immagini presuppone l'abbandonarsi alle fantasticherie. E questo è uno dei modi più comuni di rallentare il tempo ed infilarsi al centro di un altro spettro, dove i due estremi sono il controllo (esasperato) e l'incoscienza. Il sognatore è un po' incosciente; preferisce le immagini ai concetti perchè i concetti necessitano di un duro lavoro, per nascere.

Pian piano Bachelard divenne poeta, interpretando evocazioni ispirate dalla fiamma di una candela o dall'acqua di un ruscello. Il suo fantasticare è un universo in espansione, un soffio di sensibile creatività che fuoriesce dalle cose per mezzo di una persona che sogna.

Bachelard era legato a valori come la tranquillità, il riposo dell'anima, e a questi valori dava un significato forte, ontologico, un modo per accedere all'Essere. Li identificava  in esperienze che potrebbero sembrare regressive, soluzioni di ripiego o negazioni del mondo, ma che in realtà sono una forma matura di lotta contro il tempo. Così l'infanzia non è più il ricordo intenerito dei nostri primi anni, o il dimenticare che siamo adulti, ma è la consapevolezza che "bisogna invecchiare per conquistare la giovinezza", che grazie ad un immaginario ricco di inventiva avremo l'infanzia che meritavamo.

Bachelard descrisse anche le fantasticherie della volontà, quelle confortanti, perchè preparano all'azione e forniscono il coraggio per lavorare ed applicarsi nelle cose quotidiane. Ma di questo ci sarebbe troppo da (voler) dire...

Mi basta condividere un'immagine, prenderne in prestito l'anima per immaginarne un'altra, e poi lasciare a qualcun altro il pasticcio della fantasia.




31 maggio 2013

Il Nibbio

Logos (λόγος) deriva dal greco λέγειν (léghein) che significa scegliere, ma anche raccontare. Più tardi assume i significati di legame, misura, ragionamento, disegno, enunciato, spiegazione e altro ancora. 
Per Eraclito, tutto scorre naturalmente regolato dalla legge dei contrari. Ogni realtà si trasforma nel suo opposto attraverso un conflitto, una guerra.

Ma alla fine tutti i conflitti si conciliano in uno sguardo d'insieme dove la guerra dei contrari  appare un divenire armonico, incessante e continuo. Un ente entra in contrasto con l'altro fino a che l'uno non diventa l'altro, ricominciando così il conflitto da capo...

Questo divenire è simboleggiato dal fuoco, perchè muta sempre la sua forma, così come la Natura, ed è regolato dalla legge del cosmo, o logos, la quale non muta ed è regola del divenire stesso.


Il logos fa si che tutte le cose si manifestino ordinate e mutino ordinatamente. E' un principio divino, è l'origine del mondo. Il logos è perciò verità.

Scusi, posso fare una domanda? Il Nibbio è un uccello o è il capo dei bravi al servizio dell'Innominato? Ogni verità segue la propria strada...

La verità non tollera accanto a sé la propria negazione, e per questo è intollerante. In altre parole, la verità consiste nella negazione della propria negazione.

In aritmetica, la verità non tollera che uno più uno non faccia due, mentre in religione, la verità non tollera che un altro dio sia quello vero.

Per fortuna, l'animo umano è molto tollerante. E qui la verità è che non esiste filosofia o ragione che sappia cosa sia (l'animo), e pertanto, come l'acqua, la nostra umanità-animale sfugge alla presa di chiunque la voglia imbottigliare.

Impassibile alle porte chiuse in faccia dalle paure, l'animo umano è capace di grandi cose. E questa non è una piccola verità. L'animo umano sa collaborare, è un investigatore.


28 maggio 2013

Emozioni

Sul lungomare del mondo. Disorientato, seguo il volo dei gabbiani, seguo il ritmo dei lampioni...

Sulla montagna del tempo. L'uomo chiese alla montagna di toccare il cielo...

Che meraviglia, il linguaggio, il pensiero. Le parole sono il portale d'accesso all'io interiore. E si pensa anche con le mani, mentre si fanno le cose, e con i piedi, mentre si attraversano le strade. Con la musica, poi, si crea addirittura un altro modo di pensare.  Inventando e manipolando le parole abbiamo spalancato la mente che resta comunque un groviglio irrisolto di bene e di male. Il male, in ogni caso, è avvolto dal rumore, dalle parole rotte, dai pensieri sbarrati. Basta quella nota, però, quella melodia, per far cambiare le cose, materializzare le emozioni.

E di emozioni si ragiona in un libro molto bello di Michel Lacroix.  Non vedo l'ora di annusarlo.



24 maggio 2013

23 maggio 2013

Ventaccio

Si è alzato il vento che spezza ogni respiro, e mi ritiro col timore d’incontrare qualche fiato disprezzato da portare in fondo all’anima, in sospiro...

E cresce ancora, e non dà pace. Il vento è polvere di voce; e m'accorgo di cantare, e m’illudo di sentire il coro della vita che zecchino già riappare...

Ma dove son finito? Che terra è mai questa da sputare? Basta masticare; mi fermerò per mettermi a sedere... 



20 maggio 2013

Lo spunto

"Il tempo vola" intransitivo. Impossibile completare il significato del predicato, secondo linguistica...

Eppure il tempo transita, eccome. Nei sogni alluna, nei bisogni atterra. In mezzo alla vita, viaggia. In mezzo al viaggio, vive. Inutile metabolizzare. La sua verde metafora è forse spuntare?
 




17 maggio 2013

Le metafore

Pensando ai paradossi bergonzoniani, mi accorgo che i nostri discorsi sono intessuti di metafore. Le metafore spesso nascono dal tentativo di colmare l’ignoto con la fantasia. Altre volte sono espressione genuina della nostra anima. “Non c’è montagna più alta di quella che non scalerò” canta Jovanotti, e questa è una grande verità. “Il maratoneta è un samurai senza spada” scrive Mauro Covacich, e questa è una piccola soddisfazione.

Quando corro, le metafore mi entrano dalle narici, mi spettinano, mi schiariscono anche i capelli. In genere non le capisco perché non ho più tanto sangue nel cervello. Una di queste, però, mentre rallentavo, l’ho assimilata. Quando “la discussione è una guerra” – ecco la metafora – la riunione va immediatamente interrotta, trasportata altrove, meglio nelle piste della posta elettronica.

Anzi, semplicemente “la discussione è una guerra” è la metafora di un’altra grande verità umana. Perché noi non soltanto parliamo delle discussioni in termini di guerra, ma vinciamo o perdiamo nelle discussioni: noi vediamo la persona con cui stiamo discutendo come un nemico, attacchiamo le sue posizioni e difendiamo le nostre, guadagniamo o perdiamo terreni, facciamo piani e usiamo strategie, se troviamo una posizione indifendibile, la abbandoniamo e scegliamo una nuova linea di attacco.

Molte delle cose che noi facciamo durante una discussione sono in parte strutturate sul concetto di guerra. Sebbene non ci sia un combattimento fisico, c’è tuttavia un combattimento verbale, che si riflette sulla natura della discussione: attacco, difesa, contrattacco. Questa metafora è dunque parte della nostra cultura, anzi, la struttura.

L’essenza della metafora è comprendere e vivere un tipo di cosa in termini di un altro.

Per esempio, questa sera mi trasformerò in gazzella di savana, sul tapis roulant di una palestra molto bella. Ma non sono sicuro di riuscirci. Una metaforica vocina potrebbe rivelarsi schietta come la vignetta…  

13 maggio 2013

Il giocoliere

"E ricordatevi che il tempo vola. E noi no. Ma il peggio sarebbe se noi volassimo e il tempo no. Il cielo sarebbe pieno di uomini con gli orologi fermi."
Alessandro Bergonzoni

Non so ancora scrivere come Bergonzoni, ma ci vorrei provare. Stasera comincerò a saltare, e magari una qualche idea potrebbe farmi soffocare.



P.S.: sai che risate

12 maggio 2013

Il labirinto

"Anche dentro il corpo la tenebra è profonda, e tuttavia il sangue arriva al cuore, il cervello è cieco e può vedere, è sordo e sente, non ha mani e afferra, l'uomo è chiaro, è il labirinto di se stesso."
José Saramago

E' così che mi perdo nei pensieri quando fuori piove, gli occhi rappresi. Ma che bel rumore. I tuoni si allontanano offesi, come la musica, i desideri.

E' così che mi perdo nelle parole, quando fuori c'è il sole che torna a bruciare. Una nuvola grigliata all'orizzonte profuma di dolciastro, di ligustro, di liquore.

E' così che mi perdo in ogni dove, in altri passi, un altro libro, un altro cuore.




8 maggio 2013

Allentamento


Non faccio niente, d'accordo. Ma vedo passare le ore, e questo è meglio che cercare di riempirle.

Emil Cioran


25 aprile 2013

Supercompensare

Si sa che la supercompensazione non potrà mai oltrepassare i limiti delle condizioni genetiche individuali. Si sa che solo una seria organizzazione dell’allenamento permette di avvicinarsi alla propria soglia genetica. Si sa tutto della supercompensazione e dell’allenamento: basta scrivere la parola su Google per aprire l’enciclopedia a vari livelli di profondità.

“La supercompensazione è la risposta fisiologica alla rottura dell'equilibrio del nostro organismo (omeostasi) da parte di uno stimolo allenante. Per non soccombere al ripresentarsi di un carico della medesima intensità, l'organismo innesca un processo che ha lo scopo di migliorare il livello prestativo originale. Le riserve metaboliche, il metabolismo e le varie strutture anatomiche sollecitate, non tornano quindi allo stato iniziale ma, per breve tempo, lo superano, collocandosi ad un valore leggermente superiore… riserve da sfruttare per un successivo allenamento e una successiva compensazione”.

Ora, al di là delle tante cose che si sanno, vorrei riportare un pensiero laterale che ritengo “supercompensato” (nel senso che richiede un ciclo mentale di affaticamento con recupero maggiorato, per essere compreso), letto casualmente nel blog “Sumergocogito”, e cioè che:

“l’Ego non sa che la fonte dell’energia è dentro di noi, e per questo spinge a cercarla fuori”.

Ricordo che l'Ego è una forma primordiale di Io, che corrisponde alla parte cosciente della personalità. Secondo le sacre scritture freudiane, è la “sede dell'angoscia, dovuta al triplice pericolo cui il soggetto è esposto: il pericolo che incombe dal mondo esterno, dalla libido dell'Es e dal rigore del Super-Io. E’, pertanto, servo di tre tiranni” e, proprio per questo, risulta essere fortemente debole ed instabile.

L’Ego, così angosciato, non consente di accedere (in modo semplice e diretto) alla forza d’animo necessaria per compiere attività sportive con assiduità (perché faticose e poco attraenti), per rischiare attività imprenditoriali o solo per migliorare un pochino le prestazioni podistiche (a che scopo?)… Questa debolezza ed instabilità la ritrovo per esempio, sempre casualmente, nelle parole dello scrittore messinese (emergente) Rocco Bruno quando scrive che:

“Tutto ciò che vediamo, tocchiamo, sentiamo, odoriamo, l’esperienza stessa del reale, non è altro che la proiezione di un universo invisibile fatto di emozioni, fantasie, immaginazioni, chiacchiere, idee, pensieri, sentimenti, volontà. Questo influenza ogni nostra scelta, ci priva di un’autentica scelta; ci priva della possibilità di essere reali e concretamente veri, autentici. L’unico mondo reale è l’essere, è per questo che ne siamo stati privati, come della luce e della coscienza. La nostra capacità di renderci conto è stata limitata, lentamente demolita e sostituita da una tendenza al conflitto, al dubbio, alla paura, allo scetticismo. Il pensiero conflittuale, il dialogo interiore, il giudicare, criticare, correggere, spiegare, giustificare fanno di noi dei magnifici agenti di un sistema di controllo che tiene noi e gli altri soggiogati in un sogno dal quale ci si sveglia solo in punto di morte. Esiste comunque un varco, una rotta praticabile…”

Ma non vado oltre: esiste un varco, una rotta praticabile, e meno male! Liberiamoci dall’Ego, dall’egoismo e dalle sue angosce che spingono a cercare l’Energia lontano da noi, nella terra dei veleni, del doping, delle dipendenze, di tutte le possibili forme di schiavitù fisiche e psicologiche. Per estensione, infine, in qualunque società si viva è possibile e doveroso lottare per cambiare le cose sbagliate.

Riprendiamoci quindi l’Io che trascende l’Ego nella sua crescita in consapevolezza e maturità e ritroveremo il gusto di competere prima di tutto con noi stessi, negli allenamenti e nelle competizioni. Ricerchiamo la supercompensazione in tutte le attività della vita e andiamo alla scoperta dei nostri limiti.

Riflettendo sui limiti individuali, è evidente che negli sport di breve durata è più facile toccare le pareti del proprio “container genetico” e patirne, almeno un po’, soprattutto in gioventù, soprattutto negli stadi di atletica, nelle palestre e senza un allenatore morale. Negli sport di lunga durata, nel podismo, il “box genetico” è grande come un hangar. Si è meno vulnerabili alle ferite da urti psicologici: i margini di miglioramento sono in assoluto più ampi. Il “vulnus”, o l’offesa della constatazione di inferiorità, si distribuisce nei minuti e nella quantità di folla che spazia intorno a tanti singoli primati, così da essere quasi sempre soddisfatti di sé, almeno per confronto con le altre soglie.

Evviva dunque lo sport di lunga durata che aiuta a migliorare le prestazioni fisiche, ma soprattutto quelle psicologiche. Prendere coscienza che si può fare di più nello sport e nelle cose di tutti i giorni è il segreto che mi porto dentro e che spero sia il segreto di tanti.

Supercompensare può dunque diventare il mio personale slogan, l’energico incentivo che la psiche riceve quando dimostra di saper-come-pensare l’allenamento, la gara e la vita.

20 aprile 2013

Il pettorale

Alla fine ho accettato la sfida, e nonostante il torcicollo - che mi sta riducendo lo spazio d'osservazione al solo orizzonte frontale - indosserò la maglietta "14-TURIN HALF MARATHON", n. 758...

Certo Boston ha aperto lo sguardo alla follia. Certo non è "lo sguardo dritto e aperto nel futuro" di Pierangelo Bertoli, ma insieme a tanti, come ha scritto lui, "A muso duro", "affronterò la vita come un guerriero senza patria e senza spada, con un piede nel passato", e appunto l'altro nel futuro...

Incontrerò lì, per strada, i tamburi e gli altri strumenti che inizieranno a suonare fuori e dentro le arene cerebrali, dove si combatte per la sopravvivenza della motivazione, per una fetta di resilienza in più da mettere in pancia, là dove la vita si allarga alla compagnia. 

A domani, dunque, pioggia permettendo.


                                 

28 marzo 2013

Le Alternative...

Due buone notizie: la cacciata di Zichichi dall'Assessorato culturale della Sicilia e l'arrivo di Google Maps nell'Asfaltato radioattivo di Namie-machi in Giappone, a pochi chilometri da Fukushima.

A spasso per le strade siciliane:

- Zichichi: «Mi farò promotore di una statua ad Archimede. Nel mondo la maggioranza delle persone colte pensa che Archimede fosse greco, invece era di Siracusa. Archimede è il più grande uomo che ha usato il cervello dall'alba della civiltà a Galilei, ha fatto un'enorme quantità di cose spiegando perché le navi non affondano; ha calcolato il Pigreco e altro ancora. A Siracusa non c'è nemmeno una statua di Archimede, facciamola».
- Crocetta: «E va bene Antonino, facciamo sta statua... e diamine! ».

- Zichichi: «Lo stipendio? Non mi interessa, non ne so nulla. Lo lascio nelle casse della Sicilia. Farò un giro di tutti i tesori siciliani. Nel mondo nessuno li conosce. Devo capire qual è il loro stato, devo andare a vedere. Andrò a Palermo quanto è necessario per evitare di scaldare poltrone senza fare nulla. L'importante è la velocità. Quando ero ragazzino ero popolare perché passavo i compiti ai miei amici, li facevo per tutti. Io risolvo problemi più velocemente di altri».
- Crocetta: «Antonino, però è da mesi non ti vediamo, sei sempre al Cern! Abbiamo dovuto spedire uomini a Ginevra per farti firmare gli atti più importanti per la Regione... e diamine!».

- Zichichi: «Sarei felice se la Sicilia fosse piena di centrali nucleari. Fukushima, e prima ancora Chernobyl, si spiegano col fatto che la tecnologia nucleare è stata messa in mano a irresponsabili, tutto qui».
- Crocetta: «Epperò io sono sempre stato contrario alle centrali nucleari. Scusa, sai, ma il tuo parere non rappresenta il punto di vista del mio governo siciliano. Adesso basta, Antonino... e diamine!». Stattene dove sei!

A spasso per le strade giapponesi:

Nell’ambito del progetto “Memories for the Future”, la flotta di veicoli di Street View è entrata nella città giapponese di Namie-machi, colpita dallo tsunami e dall’esplosione della centrale nucleare.

Namie-machi è una piccola città sulla costa del Pacifico, una delle tante abbandonate dopo il terremoto e lo tsunami. Qui, 21mila abitanti non possono ancora rientrare, ma possono ora vederne le immagini tramite Google Maps, grazie ad un progetto congiunto realizzato da Google e dal sindaco della città Tamotsu Baba. Google ha avuto il permesso di entrare nella città con i suoi veicoli, e ha catturato le immagini di strade ed edifici ancora devastati dal terremoto e dall’esplosione nucleare.

A differenza che in altre aree del Giappone, la ricostruzione della città di Namie-machi procede lentamente, a causa della vicinanza con Fukushima e al persistere del pericolo delle radiazioni nucleari. “Molti cittadini di Namie-machi hanno chiesto di vedere la loro città, e ci sono sicuramente molte persone, in tutto il mondo, che vogliono rendersi conto di cosa significa un disastro nucleare”, ha scritto sul blog di Google il sindaco Baba. “Vogliamo che le immagini di Street View rimangano come ricordo permanente di ciò che è successo a causa del terremoto, dello tsunami e del disastro nucleare”.

(Google ha dichiarato di aver seguito tutte le procedure indicate dal Governo giapponese per proteggere i propri dipendenti durante l’operazione, e che i veicoli utilizzati venivano quotidianamente monitorati per controllare eventuali contaminazioni.)


26 marzo 2013

Top Atletica

Bolt e i 400 metri, un amore mai nato
Le parole usate con amabile franchezza per commentare la sua prestazione dicono molto più di ogni analisi tecnica. ''Sono felice di aver finito questa gara senza infortuni''. Come dire, meno male che è  finita. Un po' come chi sale sulle montagne russe, provando a vincere la paura, e tira un sospiro di sollievo non appena mette il piede a terra.
Usain Bolt - riferisce agenziainforma.it - la sua montagna l'ha scalata oggi, cimentandosi negli ''odiati'' 400 metri, distanza che l'uomo più veloce del mondo continua a ritenere troppo lunga e faticosa per le sue potenzialità, ma che invece il suo staff continua a proporgli, convinto di non sapere ancora tutto sulla capacità del talento giamaicano.

Il compianto Pietro Mennea lo invitò, un anno fa, a provare il ''giro della morte'' e proprio nei giorni del lutto per la scomparsa del campione italiano, il sei volte medaglia d'oro ai Giochi si è messo sui blocchi a Kingston per correre in un ''anonimo'' 46''44, battuto dal connazionale Nicholas Maithland che ha preceduto il pluricampione olimpico dei 100 e 200 chiudendo in 45''79.

Dieci anni fa, non ieri, Bolt navigava su tempi ben più competitivi, il 45''35 realizzato nel 2003 da allievo aveva un peso specifico di tutti rispetto. Evidentemente Bolt questa distanza sulla quale ha un personale di 45''28 datato 2007, non la digerisce troppo (a febbraio chiuse in 46''74) e il crono di oggi - arrivato nel mezzo di una stagione che deve ancora entrare nel vivo - giustifica solo in parte la mancanza di allenamenti specifici sulla distanza.
Bolt comunque si rifarà tra una settimana quando è atteso a Rio per la sfida sui 150 metri in linea retta dove cercherà di limare il suo primato mondiale di 14''35 stabilito a Manchester, nel 2009. Allora quella prova lasciò credere che le potenzialità di Bolt non fossero state ancora del tutto espresse. Ma bisognava anche avere a che fare con la volontà del campione. Che del giro di pista non ne vuole sapere.
Un anno fa, chiusi i Giochi, confessò apertamente cosa ne pensava: ''Il mio allenatore propende per i 400, l'ho sentito borbottarne, ma io propendo per altro. Avete mai visto il programma di allenamenti dei corridori dei 400 metri? Da ''vomitare” dalla fatica, e io non voglio. Io amo mangiare''. E correre veloce come un lampo. Mezzo giro di pista, niente di più.

Hallelujah