7 ottobre 2012

Cieli d'ottobre

Eccomi qui. Avevo intenzione di fissare un paio di immagini vissute durante la gara sociale dell'Atletica, questa mattina, e allegare un paio di foto... Ma poi, con la Nikon in una mano ed il cavetto USB nell'altra, ho iniziato a correre via e a gareggiare con la fantasia. Mi sono perso nelle foreste di immagini ricaricate sul pc dalla macchina foto. Ha vinto la fantasia. Sono stato circondato da antenne d'insetti spaventosi e da volti soddisfatti e inclini a formare la vetta. Fatiche di ultimi mesi non cancellate; molti fili di natura reale e altrettanti figli di cultura digitale. 

Mi sono sdraiato a testa in su e ho canticchiato Giorgia... "Ah che bellezza, ah che dolore... e come un 747 sono decollato, sorretto dal tuo sguardo come vento sulle ali e verso il sole qualche cosa mi diceva sali, oh sali!".  Sì, mi porto su, con lo sguardo bambino, e appiccico la foto del 27 settembre: è un tramonto dal balcone di casa. Eccola:



E penso che alzando gli occhi al firmamento, in queste notti d'ottobre, potrei osservare uno spettacolo distante due milioni e mezzo d'anni luce, magari contando su un buon binocolo. Come spiegato dall’INAF, infatti, nelle prossime notti e per tutto il mese, guardando in alto verso oriente tra le costellazioni di Cassiopea e Pegaso, si dovrebbe scorgere una piccola macchia biancastra ed allungata. Eccola, naturalmente ingrandita dalla scienza:


Si tratta di M31, altrimenti nota come Andromeda, la galassia dalla forma a spirale simile per conformazione alla Via Lattea, ma molto più estesa. Insieme alla nostra, alla M33 e ad un’altra cinquantina di galassie, fa parte del Gruppo Locale, ovvero l’insieme di galassie “legate” tra loro a causa della reciproca attrazione gravitazionale.

Se penso che Andromeda si sta sempre più avvicinando alla nostra Via Lattea ed è prevista
una collisione tra le due Galassie da cui si formerà un solo e gigantesco ammasso di stelle e gas, non posso che essere preoccupato. E lo sono perchè la fusione si verificherà tra circa quattro miliardi di anni. E che faccio in tutto questo tempo? Giro tondo?


6 ottobre 2012

Cioccolato neostriato




Mi gira la testa, il cranio mi (ar)resta. Guardo dentro. Ci sono indicate due cuffiette intracerebrali, rosso Ferrari. Che razza di sagome aerodinamiche!

Sono porzioni di cervello in area subcorticale che hanno nomi stranissimi. L'area rossa è detta striato. Qui la medicina ha scoperto che avvengono cose sensazionali e chimicamente molto complesse per quanto riguarda la pianificazione e la modulazione dei movimenti, ma anche correlate alla cognizione esecutiva del movimento stesso. Lo striato è attivato da stimoli associati alla ricompensa, ma anche stimoli da avversione, nuovi, inattesi o intensi. Se diminuisce l'innervazione dopaminergica allo striato, si arriva ad avere il morbo di Parkinson. Lesioni a questo livello generano tante altre malattie dai nomi impronunciabili: coreoatetosi, dischinesie, tutti inauditi per quanto mi riguarda.

Una parte dello striato è detta neostriato e anche qui rabbrividisco nel leggere che si tratta di due nuclei battezzati caudato e putamen. Una lesione da queste parti genera ipercinesie, ipotonia muscolare, ma anche labilità dell’umore.
Insomma, in questa piccola zona del cervello avvengono migliaia di cose pazzesche. E una in più sembra essere stata osservata da un gruppo di ricercatori dell’Università del Michigan in uno studio pubblicato sulla rivista Current Biology. È proprio in questa area che i ricercatori hanno scoperto il rilascio di una sostanza chimica, molto simile all’oppio, che aumenta quando si mangia il cioccolato. Si tratta dell’ “encefalina”, un neurotrasmettitore coinvolto nella regolazione della sensazione di dolore e nel meccanismo di ricompensa.

Già sapevamo che il cioccolato provoca dipendenza. Però lo si vuole dimostare. Per arrivare a queste conclusioni i ricercatori hanno eseguito una serie di esperimenti sui topolini. Alle cavie sono state somministrate dosi di un farmaco eccitante direttamente nel neostriato per capire quale effetto potesse sortire la sostanza. Ebbene, i topolini hanno iniziato a mangiare doppia razione di noccioline ricoperte di cioccolato rispetto al normale. Non solo. Gli studiosi hanno anche osservato che, più i topolini mangiavano, e più i livelli di encefalina si alzavano. Questo ha indotto i ricercatori a ipotizzare una sorta di “ effetto droga” da parte del cioccolato.

L’encefalina potrebbe quindi essere quindi la benzina che alimenterebbe il neostriato, il motore che indurrebbe a consumare il cioccolato.

Tutto ciò mi porta a dedurre che in qualche modo il cioccolato sia legato ad un movimento psico-fisico denso di meravigliose sensazioni (cacao). Ma perchè ai ristori delle nostre corse c'è sempre tanta marmellata e poca cioccolata?





5 ottobre 2012

Fiato amico

Io sono sensibile al fiato. Avrò un naso di cane qualunque. Anche la mia nonna era una specialista molecolare, e sentiva l'avvicinarsi del nonno con grande anticipo, senza scomodare altri sensi. Dai piedi alle essenze bluastre di formaggio, esal(t)azioni o veri tormenti dell'anima. Sta di fatto che non sopportava niente che non fosse simile all'aria pura della montagna. Quella stessa aria che respiro troppo raramente, soprattutto da quando corro sul cemento o nei vicoli limitrofi.

Perché il fiato è essenziale per correre. Il fiuto, non di meno, può essere un grande amico, e un animale.

Riporto da Google news - sanità il seguente articolo:
L'ospedale assume due labrador: «Fiutano i tumori prima dei test». Addestrati a identificare le cellule malate in campioni di urine. Dalla Gran Bretagna a Trento, usati come supporto.

UN CANE COME DOTTORE. Lucy e Glenn non si offendono. Sono i primi «medici a quattro zampe» a lavorare in Italia. Due labrador addestrati nel Regno Unito sbarcati in Trentino, a Pergine Valsugana. «Laboratori d'analisi» viventi, dai nasi che non sbagliano un colpo. Fiutano i tumori prima anche dei test scientifici. Non solo. Sono attenti anche al calo di zucchero nel sangue di diabetici di tipo 1 (senza alcun test sul sangue) e possono diagnosticare il raro morbo di Addison (ghiandole surrenali in tilt) o la narcolessia. E come i loro «colleghi» che fiutano droghe o esplosivi, sembrano non sbagliare un colpo.

LA TECNICA - Lucy si «esibisce» in una sala appositamente allestita nella residenza sanitaria assistenziale di Pergine. È il suo nuovo ambulatorio. Dei supporti in alluminio contengono urine congelate e appositamente trattate in modo da rilasciare alcune particelle volatili attraverso delle aperture. Lucy annusa con attenta professionalità, due volte nei casi dubbi, tutti i campioni e si siede (o si sdraia) solo di fronte a quello in cui fiuta la malattia, le cellule malate. Quando il campione è negativo il labrador resta in piedi e fissa insistentemente il conduttore. Si cambiano i campioni e Lucy riparte con le analisi. L'attendibilità di questi cani è altissima, anche per gli stadi iniziali. Commenta il medico inglese Claire Guest: «Sono più di 15 anni che facciamo ricerca e addestriamo cani per questo scopo e forse la conclusione più importante è che se le cellule tumorali hanno un odore, allora anche virus o batteri ne hanno uno e quindi possono essere individuati dagli amici a quattro zampe».

OLFATTO PREZIOSO - I dati pubblicati in uno studio della rivista scientifica British Medical Journal nel 2006 indicavano addirittura il 98% di attendibilità. Il primo caso riconosciuto è del 1989: un dalmata, dopo aver ostinatamente annusato per mesi un neo sulla gamba della padrona, ha permesso che se ne riconoscesse la natura maligna. Il caso descritto sulla rivista Lancet ha aperto la strada alla validazione scientifica dell'olfatto dei cani. Che supera di centomila volte quello umano. E i tessuti cancerosi, a causa del loro particolare metabolismo (che produce idrocarburi ed elevate concentrazioni di composti azotati), hanno un odore particolare che si manifesta precocemente anche nel fiato e nelle urine dei pazienti. I cani, con gli oltre 250 milioni di sensori olfattivi del loro naso, possono per esempio individuare un cancro al polmone quando non è ancora diagnosticabile.


 

4 ottobre 2012

Allenamenti ombrosi

La penombra è vaga, indeterminata, lenta. Non è buio, non è ombra, è un'area impersonale confusa e attenuata, incerta e riposante. Si corre benissimo nella penombra, c'è più fresco. Le piante, le cose, le vite si interpongono opache tra il cielo e le zolle acciuffate dall'erba già grigia di tramonto. Si corre qui, pietrosi e offuscati. Come ieri, in gruppo, al parco, accelerando l'imbrunire, spingendo gli spazi di nebulose sensazioni di fatica. Ripetute veloci di mezzi chilometri, di mezze smorfie e sorrisi più lenti e sudati, unici affidatari dei colori di occhi da istruire all'autunno. La penombra è nell'aula di questa scuola di corsa e fa la maestra.


Di seguito, dal best-seller di Pierre Sansot:  "Sul buon uso della lentezza", traggo e riporto:
"L’uomo e la sua ombra, cosa c’è di più banale? Preferirei essere un uomo e la sua penombra. Parlare per mezze parole, perché le parole intere sono troppo grosse. Bisognerebbe dividerle in quarti, in ottavi, così diventerebbero preziose particelle di significato. Le parole di ogni giorno, quelle comuni, sono più ricche perché hanno girato per le strade e nelle case. I concetti si disperdono in fretta, le metafore e strane mescolanze tra l’alto e il basso li sciolgono. Spalanco l’anima per accogliere miriadi di immagini, e mi sento come il pastore che osserva una notte d’estate dal suo alpeggio."

3 ottobre 2012

Micra Jaguar

Di solito chiudo gli occhi ed è tutto nero. Qualche volta inseguo un orizzonte nella penombra grigia, il tempo di un battito di ciglia, poi di nuovo tutto nero. Cenere più, cenere meno.

Oggi no. Chiudo gli occhi e punto al rosso senza esitazione. Sogno un inseguimento su una Micra. Ma il sogno vira all'ocra, nello spazio surreale di una moka. Sgommo giù dal terrapieno giallo di battuto ed entro nella palla della nipponica bandiera. Mi sento un Samurai che governa la vettura spaventata. Inseguo. Corro e tocco con la lama quella Jaguar. L'ho quasi presa! So che dentro c'è un vigliacco. Lo sperono, lo immobilizzo e me lo sbrano. Sono io, non tu, il Giaguaro disumano...

Dal Corriere della Sera online di oggi:

Il presidente dell'Aler (Azienda lombarda per l'edilizia residenziale) di Lecco - Antonio Piazza - aveva parcheggiato la sua Jaguar in un posto per disabili. Costretto a spostare l'auto dai vigili urbani chiamati dal disabile, si era vendicato bucando le gomme della macchina del portatore di disabilità. Ma le telecamere lo avevano registrato. Invitato dal Pdl a dimettersi risponde: «È ingiusto». Poi comprende, si fa mansueto e dice: «Chiedo scusa a tutti per quello che ho fatto. Le dimissioni? Le ho date, devo fare atto di penitenza, poi con il tempo, se c'è la passione e la possibilità di ripartire... Ma c'è gente che ha fatto cose peggiori di me ed è ancora lì. Io non sono così. Cercherò di tornare umile, di ripartire. Gli sbagli fanno crescere».
E allora cresci, caro Amministratore, e vai a catramare! Se ti incontro un'altra volta, devi fuggire...
 

 

2 ottobre 2012

La corsa romantica

Il Romanticismo attinge all'Infinito. All'Assoluto, all'ironia, al desiderio del limite. Dev'esserci atmosfera romantica nella corsa, perché questa seduca: l'idea è di Maurizio (Stoppre), ed è molto buona.

Mi ci tuffo, ci provo. La corsa rifiuta la Ragione illuminista e concepisce l'Uomo secondo nuovi modelli e possibilità d'azione. La corsa tenta nuove vie d'accesso all'Assoluto e all'Incondizionato, oggetti metafisici. La corsa si distingue nel superamento del limite, nella ricerca dell'oltre limite e di ciò che non ha alcun limite (perché eterno, imperituro, immutabile).

La corsa romantica cerca l'ebbrezza d'Infinito; è per anime assetate di Assoluto. Sperimentare questa ricerca, esprimerla, è parte di una cultura globale, dove arte e poesia sono invisibili a chi non la pratica.

La natura, il mondo, la storia sono la vivente realizzazione dell'infinito. Accedervi è questione di sentimento, di feeling. Una categoria spirituale dominante che può aprire a nuove dimensioni della psiche e risalire alle sorgenti primordiali dell'essere.

Il sentimento spinge il maratoneta perché appare come Infinito stesso, nella forma dell'indefinito. E' puro spirito di sacrificio, e può generare felicità o qualsiasi altra cosa, anche senza nome. Precede ed anticipa un discorso, arriva là dove la logica non intende arrivare. Maratoneta è una condizione dell'anima romantica, un modo di essere.

Ogni impresa umana, ogni aspirazione verso il più e l'oltre senza confini, tuttavia, si risolve nel desiderio di avere l'impossibile, di conoscere l'inconoscibile, di sentire il soprasensibile. Ed è perciò ironicamente inadeguato, impari davanti all'Infinito. Si può tentare la sfida, ribellarsi, oppure amare la corsa e basta. Fondare una nuova storia di sé e del proprio romantico universo. Io ci provo.


1 ottobre 2012

Corri, lo Zen t'insegue...

"Quando siedi, siedi; quando cammini, cammina; quando lavori, lavora." In quasi tutti i libri che parlano di Zen c'è sempre questa frase del Maestro.

Certo non è proprio la nostra visione delle cose. Occorre imparare a fare quello che stiamo facendo "ora e adesso". Lo spirito Zen è quello della vita quotidiana, dalla mattina alla sera, dalla sera alla mattina, di ora in ora, istante dopo istante.

Un monaco chiese al maestro: "Che cos'è lo Zen? Ti prego illuminami". Il Maestro replicò: "Hai terminato il tuo pranzo?" "Sì, maestro" rispose il monaco "Allora” gli disse, "lava le tue scodelle."

Nulla di particolare, una filosofia. Il nostro corpo, il suo movimento. Il nostro agire, e l'osservazione del nostro agire. La luna, il tramonto, il sole. La nostra vita quotidiana, nulla di straordinario è lo Zen.

Un monaco chiese: “Maestro, puoi indicarmi alcune delle regole fondamentali della suprema saggezza?" Il Maestro afferrò subito carta e pennello e scrisse: "Attenzione". "E' tutto?" disse il monaco "non vuoi aggiungere qualche altra cosa?" Al che il Maestro scrisse:"Attenzione. Attenzione". "Beh," disse il monaco, "non vedo davvero molto di profondo in ciò che hai appena aggiunto." Allora il Maestro riprese il pennello e scrisse: "Attenzione, attenzione, attenzione".

Esercitare l'attenzione e non oltrepassare l'attimo, viverlo e non giudicarlo. Percepire la corsa per quella che è, e non pensare al ritmo. Calmare la mente e controllare il respiro dell'aria.

I pensieri devono essere nuvole bianche, passare senza lasciar traccia. Ascoltare la corsa è fare ciò che in quell'istante richiede, passo dopo passo, un pezzo di strada dopo l’altro e senza pensare mai alla strada tutta insieme.
La corsa non-mente; leggera, può andare oltre i nostri limiti.


28 settembre 2012

Di meno in meglio

Ecco, sono convinto che un percorso d'allenamento simile a quello descritto nell'articolo "42 km facili, di meno in meglio" pubblicato nel giugno del 2007 sulla rivista Runner's World  (qui scaricabile) sia proprio quello che più si avvicina al mio istinto naturale verso la corsa, legato a concetti di flessibilità, intensità e qualità degli allenamenti. 

Il piano First è un calcio alla noia del podista tradizionale. Un secondo articolo è qui scaricabile.

Di meno in meglio è un augurio di buona corsa a tutti.

27 settembre 2012

Avvocato - Contadino


Grazie, Gabriele, che mi hai ricordato che lo Stato è sempre stato il nostro migliore Avvocato...



Mani pulite

Si sa che per vivere ci vuole pazienza, una virtù attiva, parte della fortezza, da non confondere con la rassegnazione.

Il paziente non si adatta ai dolori o alle sofferenze, ma li governa. Sa sopportare e attendere, sa trovare altre possibilità. L'impaziente non è capace di interiorizzare, pensa in modo reattivo e rimane vittima della propria reazione. E' prigioniero del già accaduto, del pensiero di vendetta, della maledizione.

Perché la pazienza è una forma mentale capace di seguire la complessità. Attende, guarda avanti, è un pensiero prospettico, alternativo, ulteriore. Per questo esige tenacia, perseveranza, impegno, verso gli altri e verso noi stessi (perché gli errori si commettono e deve esserci la possibilità di rimediare).

Ora, è giusto concedere agli altri e a noi stessi del tempo per correggersi e correggerci, nell'intento di capire dove si sta sbagliando. Ma la pazienza ha un limite, oltre il quale non è più una virtù. Qui fuori si aggirano le leggi con spregiudicatezza e disinvoltura, si accettano sprechi delle amministrazioni pubbliche, si compatiscono i ladri, i violenti e gli assassini. Questa non è pazienza, è connivenza!

Cosa deve accadere, quale ordigno morale deflagrare, perché semplicemente sia chiaro che chi rompe deve pagare e chi ruba deve restituire, uscendo dalla scena pubblica al più presto?

Le Istituzioni e la Costituzione dovrebbero essere abitate e conosciute da una nuova generazione di giovani. Via tutti gli altri. Fuori dalle poltrone! Vergogna! A fare sport! A calpestare bocciofile! E se si inizierà dall'agricoltura e dall'ambiente, io ho già il forcone in mano e la zappa in cantina. Dateci la Terra!





26 settembre 2012

La vera cima

Il grande scalatore tedesco Reinhard Karl (1946 - 1982, parete sud del Cho Oyu) sapeva pensare bene. Nel suo libro: "Montagna vissuta: Tempo per respirare" scriveva:
" Ho portato il mio Io sul punto più alto e lo lascio lassù, l'Io che voglio essere. Scendo con l'Io che sono. "
E' un pensiero-chiave. E' il pensiero che andavo cercando da anni.

L'alpinismo estremo è per pochi ricercatori di sé, di perché, di limiti senza confini. Ma è così per ogni sport estremo. E tutta questa estremità è visibile solo se sporge risultati disumani, dall'atletica al tiro con l'arco, passando per ciclismo, nuoto o pallavolo.

Quello che conta, invece, è che chiunque è per sé l'espressione vivente di un'estremità unica, la sua. l'Io viene spiegato e innalzato ogni volta che si raggiunge il limite della propria fatica. Il contorno, il confine di ciò che siamo, si apre come un aquilone a nuove possibilità. Sta a ciascuno di noi capire quanto estremisti essere o non essere, in mezzo al cielo, prima che il vento cali.


"Questo è il punto più alto della terra". Scattiamo le fotografie per l'album di famiglia: io, il vincitore della vetta, io, il superuomo. Io, la creatura senza fiato, io, il Reinhard su un mucchio di neve. Pian piano realizzo il freddo, il vento, la mia stanchezza. Pian piano, dopo la gioia, viene la tristezza, viene una sensazione di vuoto: un'utopia è diventata realtà. Intuisco che anche l'Everest è solo un'anticima. La vera cima non la raggiungerò mai."
(Montagna vissuta: Tempo per respirare)

23 settembre 2012

Turin Half Marathon 2012

Oggi ho fatto il portoghese. Mi sono infiltrato nella XIII Turin Half Marathon senza iscrizione. Irregolare a tutti gli effetti. L’ho fatto perché pensavo di fare un allenamento in compagnia, una “preparazione” di base per la maratona di novembre, risparmiando una costosa iscrizione e l’obbligo di onorare l’Atletica.
Eppure sapevo che qualcosa non era in sintonia, che in profondità qualcuno non avrebbe accettato questa proposta. E infatti, alle 9:15 di questa mattina, il portavoce dei miei diavoletti s’è appeso alle ciglia e ha minacciato di cancellarmi la vista con la sua saliva se non avessi deciso di accettare la sfida competitiva.
Perché ormai si divertono, i miei piccoli demoni dell’orgoglio. E dire che non me la sentivo proprio. Colazione abbondante, improvvisata raccolta di indumenti da allenamento, crocchette per la gatta e via, senza fare troppo rumore in casa. Arrivo all’ultimo minuto e osservo dantescamente la folla biblica di peccatori del podismo che dal prato della Pellerina si accinge a riempire il guado del controviale transennato d’azzurro, per qualche centinaio di metri, richiamato da evidenti strumenti del demonio: elicotterini con telecamere in volo, display, gonfiabili, migliaia di rilevatori satellitari da polso.
Trovo i compagni dell’Atletica e mi lancio euforico nella mischia in attesa d’essere traghettato. Saluto Fedele che non vedevo da mesi, poi Max, Ennio, Fabrizio, Luca, Gianluca, Marco, Diego. Siamo un bel gruppo. Io sono l’unico senza divisa! Vergognoso. Umiliante. Non resisto alle urla dei piccoli demoni e annuncio battaglia: ragazzi, voglio, ehm… mi piacerebbe tentare l’aggancio dei palloncini rossi, i pacers dell’ora e mezza! Mi scappa da ridere mentre lo dico, anche perché non ci credo minimamente. E’ solo l’aria nebulizzata della competizione che stordisce i sensi e i buonsensi.
Si ridacchia osservando quanti siamo: una marea ondeggiante di calorie prossime alla dissipazione rapida, di muscoli e profumi di creme contro i crampi. Non c’è più spazio neppure per respirare! Davanti qualche centinaio di atleti, dietro un paio di migliaia. Le parole non sono udite: si tenta di articolare le frasi, ma ciò che rimane è solo una densa sensazione di presente. C’è il tempo presente che si spalma sulle immagini, i volti, i sorrisi, le smorfie, le mani. Una melassa di occhi accesi all’infinito in mezzo alle frasi in dissolvimento, emesse e propagate senza essere ascoltate da nessuno.
Non so quanti minuti siano passati, ma di colpo si parte! O si dovrebbe. Piano piano, per qualche secondo non si muove nulla. Poi qualche passo, e infine scarpe contro scarpe, zig zag da gran premio e posizionamento nel gruppo omogeneo. Spingo come posso e chiudo il primo chilometro in 4:18”. Siamo in gruppo: Max, Luca, Ennio, Diego e Marco. La strada è tutta per noi. Torino si è ristretta in altre vie; il serpentone inizia ad allungarsi e a sagomarsi tra le case e i palazzi di periferia. Corro senza accorgermi che il secondo chilometro è passato in 4:18, esattamente come il primo. Affianco Max e gli chiedo di accelerare un pelino, tanto per non perdere di vista i palloncini rossi… che già non vedo più! Saranno scoppiati? Max accenna alla condivisione e senza troppe chiacchiere infiliamo una tripletta di chilometri uguali: 4:14 - 4:14 - 4:14: eccellente!
Ora inizia il sesto chilometro e mi distraggo un po’. Mi accorgo della fatica di mantenere il passo veloce e di colpo vengo proiettato nelle sensazioni dure e penetranti provate nella precedente mezza maratona di Trino Vercellese, lo scorso ottobre. Era la prima volta e non sapevo cosa significasse la zona rossa tra il 16° e il 19° chilometro: un tappeto di ostacoli e sofferenza. Penso e ripenso e rallento per la paura: 4:20 - 4:26 i tempi dei chilometri della memoria.
Poi si entra in Collegno e il territorio ritorna amico: ci sono le strade di casa, il servizio di ristoro organizzato dalla nostra Atletica (La Certosa). Troppo presto per fermarsi a bere. Si saluta e si urla sguaiatamente lungo i metri degli amici indaffarati ai bordi della strada a passare bottigliette e spugne. Quanto basta per distrarre la mente dai vecchi pensieri e riprendere l’entusiasmo: ma dove sono i diavoletti che mi hanno punzecchiato mezz’ora fa? In quale cavità amigdala si sono nascosti? Toh! Il parco Dalla Chiesa, quello degli allenamenti di gruppo. La piazza della nostra sede! Il centro di Collegno: vedere i passanti, gli alpini, i vigili, la gente sui balconi fa accelerare il cuore e le gambe: passo l’ottavo e il nono chilometro in 4:14 e 4:15.
Il decimo lo trascorro al fianco di Max, fotografati qua e là da familiari e amici, in 4:23. Il display si aggira intorno ai 42’ e scambio due chiacchiere. Max decide di non forzare per non soffrire troppo alla fine. Concordo, ma non riesco a non avvicinarmi al “limite”, standone un pochino sotto, ma non troppo, come teorizzato con Gabriele l’altro ieri. E dopo due chilometri insieme a 4:15 e 4:25, mi sento bene e accelero. Raggiungo Luca e faccio con lui il 13° chilometro a 4:10. Poi accelero ulteriormente. Insisto per altri due chilometri, affiancandomi a un ragazzone con la maglietta “maratoneta genovese”: 4:09 e 4:11. Sembra facile, ma dopo una salita sento che ho speso un po’ troppo. Non ho il tempo di ragionare che Luca e una simpatica ragazza dell’Atletica Fossano mi raggiungono e sorpassano. Il 16°, il 17° e il 18° chilometro sono stati i più duri: 4:23 – 4:20 – 4:21. All’ultimo ristoro mi fermo un istante e bevo un bicchiere di the freddo. Lo finisco e lo appoggio anche al tavolino! Mi sento troppo educato!
Ora alzo gli occhi al cielo e riprendo sorridente a correre! L’aria è quella del finale di un’impresa, di una vetta quasi raggiunta. Cerco dei riferimenti e inaspettatamente si affianca alla mia sinistra Davide, progettista di motori nella piana di Orbassano. Non ci stringiamo la mano, ma quasi. Un breve tratto insieme prima della discesa verso il traguardo. Acceleriamo e mi sento decisamente in forma. Gli ultimi tre chilometri li corro in 4:06 - 4:07 e 3:52. Adesso ho Luca davanti si soli 20 metri. Decido di scattare, ma un guardiano mi urla che senza pettorale non si passa. Lo scanso ed un secondo si fa minaccioso davanti. Mancano 200 metri e devo uscire fuori dalle transenne. Mi fermo, scavalco e riprendo a correre sul marciapiede affollato di gente fino a dopo il gonfiabile.
Alzo gli occhi al display: 1h:30:12. Forse sarei riuscito a scendere sotto il muro dell’ora e mezza, ma va bene così!
All’arrivo ci salutiamo e Davide si rammarica di non averci creduto e spinto per scendere sotto il muretto dell’ora e mezza. Sarà per la prossima volta, sicuro! Salutiamo Maurizio, alias Stoppre, magnifico 1h:29:07 ufficiale. Lo facevo più smilzo! Ha il sorriso di un ragazzino, e le mie stesse scarpe: Brooks Pure Flow, made in China.
Anche Max si è migliorato un pochino, finendo in 1h:32:33 ufficiale. Dalla classifica Fidal scopro che c’erano anche i compagni di squadra: Domenico e Carlo, velocissimi. Fantastico anche Fabrizio, visto solo alla partenza e all’arrivo.
Il prossimo appuntamento con me stesso è il 18 novembre 2012. Ci saranno più di quarantadue motivi per non vederne l’ora!

Due cose importanti

1) Ho corso "da portoghese" la XIII Turin Half Marathon

23/09/2012 Strada: dominio Kenya alla Turin Half Marathon.

Dominio keniano nella XIII Turin Half Marathon con i successi di Nicholas Togom (1h01:37) tra gli uomini e di Hellena Jepkurgat (1h12:28) tra le donne. Nel percorso con partenza e arrivo alla Cascina Marchesa, attraverso le strade di Collegno, Togom ha la meglio sul connazionale Kiprok Limo (1h02:09) che lo segue a 32 secondi; terza piazza ancora per il Kenya con Paul Tiongik (1h06:08), con 4:30 dal vincitore. Primo degli italiani, e quarto classificato assoluto, Martin Dematteis (Esercito), il cuneese specialista della corsa in montagna, che chiude in 1h08:29, a 6:52 da Togom; l’elenco dei primi tre azzurri è completato da Edward Young (Valchiusella), 5° in 1h08:43, e da Francesco Bianco (Atl. Palzola), 6° in 1h10:56.
In campo femminile è un arrivo al fotofinish tra la Jepkurgat e la connazionale Alice Kibor che infatti conclude con lo stesso tempo al centesimo della vincitrice. Terza piazza per la portacolori dell’Uganda Alice Kibor, più attardata rispetto al duo di testa (1h16:27 per lei). Quarta piazza per Ana Capustin (Cus Torino) con 1h20:17, seguita dalle italiane Ornella Russo (Pod. Torino) con 1h22:13 e Eufemia Magro (ASD GS Pomaretto ’80) con 1h22:24."
(fonte: FidalPiemonte)

2) Ieri ho "prenotato" la XXVI Turin Marathon 

21 settembre 2012

L'orgoglio

Questa mattina, sotto l’effetto diluito dei messaggeri chimici - che ieri mi hanno umiliato con “tempi andati” negli scatti dei 400 metri – è riaffiorato “il pensiero”. Inaspettato, mi ha bloccato con la finestra aperta a respirare qualche minuto di grigio scuro e umido della strada deserta, pronta per essere “battuta” da una nuova corsa...

Dove inizia l’orgoglio d'essere umile? Il vizio d'essere virtuoso? Dove finisce quest’aria che mi chiede di riprovare a respirare con tutta la forza che mi rimane?

Hume sosteneva che l'orgoglio è una piacevole sensazione che nasce quando ci sentiamo soddisfatti per le nostre virtù; e l'umiltà è la sensazione opposta, quella che sopraggiunge quando siamo insoddisfatti per l'assenza di virtù.

Queste due passioni, orgoglio ed umiltà, hanno entrambe lo stesso oggetto che è l'io, o quella successione di impressioni di cui abbiamo intimamente consapevolezza. Dunque, è per l'idea che abbiamo di noi stessi che siamo sollevati dall'orgoglio o abbattuti dall'umiltà. Il nostro sperare o temere dipende più dalla stima che nutriamo di noi che da ciò che proviene dall'esterno, dall'imponderabile. E una stima corretta dipende dalla conoscenza delle nostre doti e delle nostre azioni, opere, risultati.

Nello sport, una voce motivante ci ripete che "non è importante vincere, ma impegnarsi a fondo", scoprire le qualità, osare. E assimilare quanto il “giusto orgoglio” sia un atto di giustizia verso se stessi. I latini usavano la parola decus per significare decoro, dignità e anche orgoglio (e sarà per questo che gli atleti migliori sono del cus).

Chi possiede dignità possiede anche orgoglio e consapevolezza di sé. Non cede e non è disposto a concedersi facilmente. Si lascia persuadere dai buoni ragionamenti, ma difficilmente si mette al seguito. Rifiuta di essere uno tra i tanti, ma non per forza è presuntuoso. Chi ha orgoglio ha forte il senso dell’onore.

Onore! E qui, in cima alla virtù, si osserva anche il crinale del vizio: vanità, arroganza e superbia sono terreni insidiosi. Bisogna scendere, con misura ed umiltà, per non perseguire cose che non sono alla giusta portata. E cercare di avere il senso delle proprie capacità e dei propri limiti. Sembra facile...

Solo entro questi confini, nello sport come nella vita, possiamo andare orgogliosi di noi, senza che ciò sia classificabile come vizio. Riconoscimento dell’essere, nessuna sottomissione per umiltà, nessuna idolatria (neppure religiosa).

Mi guardo in giro (giornali, web): c’è troppa vanità e poco orgoglio. Troppa apparenza e poca dignità. Vanagloria e degrado. Industriali e Politici tronfi senza orgoglio, devoti alla finanza e all’indifferenza, senza umiltà.
L’orgoglio è allora una virtù necessaria. E potrà essere paladina della dignità dell’uomo. Io vorrei essere orgoglioso d'essere italiano.




20 settembre 2012

Psicodiagnosi

Ci sono cieli che non si stancano d'essere azzurri: il sole li mantiene con un sorriso invitante. E sorride anche per terra, per chi non vola...

Ma quando leggo "Il Sole", capisco che le giornate a colori non durano 24 Ore... Così finanzio le mie parole invitando a fare questo interessante "test dei colori":

http://www.psicodiagnosi.com/TestColore/Schema.asp


P.S: (promemoria) la mia scelta è stata, nell'ordine: GI-AR-GR-BL-VI-VE-MA-NE.


19 settembre 2012

Allungo di fantasia

Oggi il cielo è di piombo: un tropo grigio. Un Topo Gigio? Nooo… forse non è tutto così mogio.

Apro la finestra sul mattino e una traccia di pastello per l’autunno fa zig zag all’infinito! Guarda un po’ che cresta ha messo su quella montagna, da quando nessuno riesce più ad arrivarci: una catacresi. Una catechesi? Nooo… forse non è tutto così in crisi.

Vive una licenza illimitata chi corre per il mondo giocando di parole. Un’allusione, una metafora o un’allegoria che si trasforma in allegria ad ogni errore, nella vita. Chi insegna che il cane del fucile abbaia, e ride con i denti del pettine (che mordono). Chi cammina con le gambe del tavolo e tira il collo a una bottiglia, prima di sdraiarsi nel letto di un fiume in piena notte.

Adoro grattare i tropi, che sono proprio queste trasformazioni di contenuto, questi cambi di direzione o spostamenti di pensiero. E’ come scavare a mani nude nella sabbia, in riva al mare ondeggiante dei significati. Alzo lo sguardo, e butto un occhio nella troposfera di cristallo… Certo, chi tropo vuole nulla sfinge… E invito ossimori, litoti ed epiteti a colorare il mondo!



16 settembre 2012

L'Atletica

Gara UISP - Robassomero 
http://www.atleticauisp.it/regionale.html

Oggi ho corso con tensione latina, in testa.

In una parola, ho corso al limes, che ho visto sollevarsi più volte dal terreno polveroso. Il limes, ovvero il limite, per i Romani portava con sé l’idea di conquista, di linea di confine, di strada verso nuovi territori. E in qualche modo ho vissuto il mio limite, a Robassomero, in questa terza edizione della corsa podistica "Le Borgate" di 10,3 km.

Il paese, tra Lanzo e Venaria, è un presidio di terra da coltivare. C'è molto verde e l'aria di città non arriva ancora troppo. Correre è salutare. Cani, uccelli, zucchine e rapanelli. Il raduno è numeroso e l'organizzazione della corsa quasi perfetta. Circa 400 al via, poco dopo le 9:30, e solito minuto tra gambe impazzite davanti e dietro, curve tra le case della borgata e paesani ad applaudire e a fotografare la mandria imbizzarrita dei polmoni ossigenati.

I primi cinque chilometri sono in leggera discesa, prima asfalto, poi terra battuta, prato, polvere, pietrame e mattoni a volte insidiosi. Ma la discesa impone un ritmo altissimo: 4'00 - 3'56 - 3'57 - 3'55 - 4'14, i tempi del mio Garmin nei primi cinque chilometri. Davanti, una sessantina di corpi impegnati nello sforzo. Dietro, non mi giro neppure una volta.

Corro cercando di conquistare il territorio che separa un respiro dal successivo, in fila per il sorpasso, al limite con la coscienza di ciò che sta accadendo, immerso in una sequenza di linee e di scie da mantenere, da definire, da consegnare all'istante successivo. Una specie di galoppo del corpo a cavalcioni della mente, e viceversa. Quando ciò accade senza soffrire troppo, ecco, questo è il tesoro che la corsa restituisce nella ricerca di sé e del proprio limite.

I successivi cinque chilometri sono in leggera salita, ovviamente, per chiudere l'anello di gara. I primi tre sono ancora su prato, leggermente inclinato, e questo infastidisce non poco. Poi un chilometro di larga strada sterrata, piacevole, e quindi due chilometri di asfalto, che non finiscono più. Io mi sforzo, concentrato, con questi tempi: 3'56 - 4'23 - 4'30 - 4'15 - 4'04 - 3'54 (gli ultimi 300 metri).

Per la cronaca: alla partenza ci aggreghiamo a respirare l'adrenalina di squadra: io, Raffaele, Gabriele, Fabrizio, Roberto e Fabio. Qualcuno è più avanti (i big, Giuliano, il presidente, Gianluca), molti più indietro: laggiù si perderanno almeno 15-20 secondi nella calca. Pronti, via! Per circa due chilometri stiamo più o meno insieme, poi le andature di frazionano. Gabriele cede leggermente, Roberto mantiene il ritmo; gli altri iniziano ad allungare inesorabilmente. Ora corro in mezzo a chi corre esattamente come me. Sembriamo fermi, relativamente; nella luce si vedono i dettagli: capelli, sudori, muscoli, occhi, divise gialle e arancioni, nomi sulla schiena. Ci si sostiene senza parole. Tutto passa quasi in un attimo, altro che sala d'attesa... All'ultimo chilometro mi affianca Gianni Giglio, ritornato alle gare dopo un lungo infortunio: lo vedo sofferente, ma soddisfatto. Corre veloce, lo saluto e cerco di mantenere il suo ritmo. Mi sfugge, lo raggiungerò alla fine, penso, forse... Stringo i denti, ma vedo che li stringe anche lui. Il traguardo non arriva mai! Gli ultimi cento metri scatto come un velocista, ma non basta: gli arrivo alle spalle per due secondi! Quanta energia ci pervade alla stretta di mano finale!

Il mio limite, comunque, è stato raggiunto: 4'07" di media al chilometro, su percorso accidentato. Accidenti...

La classifica finale della nostra squadra è la seguente:

1.   Giuliano Moretti:                         38'40"
2.   Domenico Robbe:                       39'40"
3.   Fabrizio Gatti:                             40'06"
4.   Fabio Crepaldi:                           40'54"
5.   Raffaele De Luca:                       40'55"
6.   Gianluca Bergonzo:                    41'40"
7.   Gianni Giglio:                              42'20"
8.   Mariano Biagi:                             42'22"
9.   Roberto Mastrosimone:              43'29"
10.  Gabriele Cavaliere:                    43'57"
11.  Ennio Moscato:                          44'15"
12.  Francesco Sansonne:                44'35"
13.  Andrea Buscemi:                        47'58"
14.  Antonio Da Lima:                        49'02"
15.  Diego Zorzan:                             49'50"
16.  Roberto Pegoraro:                      51'15"
17.  Magda Raciti:                             53 '49"
18.  Vincenzo Congiu:                        57'07"
19.  Aniello Damiano:                        59'00"
20. Carmelo Stivala:                         1h 07'00"
21.  Giuliana Borbone:                     1h 10'14"
22.  Pietro Lorusso:                          1h 10'15"

14 settembre 2012

Addio Atomo?

Il Giappone fissa l’obiettivo di chiusura dei suoi reattori nucleari nell’arco di circa 30 anni, optando per un forte cambiamento strategico a 18 mesi dal disastro della crisi atomica di Fukushima.

Le nuove linee energetiche nazionali, approvate oggi dalla riunione voluta dal premier Yoshihiko Noda, hanno recepito «una strategia flessibile: una linea di partenza è stata tracciata e anche se è difficile, non possiamo rimandare i compiti», ha spiegato Noda sul passaggio verso le fonti rinnovabili, mentre fuori dal suo ufficio erano già pronte le consuete proteste anti-nucleare del venerdì. «Non possiamo non avere presente lo scenario economico» visti gli investimenti richiesti, «anche se deve essere chiaro che il nostro obiettivo è l’uscita».

Sulla via nipponica di addio all’atomo, il ministro per le Politiche nazionali Motohisa Furukawa ha notato «che proveremo ad arrivare a zero in uno scenario incerto» quanto a tecnologie realmente alternative. Tuttavia, «pensate - ha detto ai giornalisti - a internet 20 anni fa e a cosa è oggi». I problemi hanno una duplice natura, pratica e strategica. Prima di Fukushima, la terza economia al mondo generava il 30% del fabbisogno elettrico dall’atomo e puntava a superare il 50% entro il 2030. Per compensare un taglio corposo e contenere il balzo dei costi con i combustibili fossili, il ministro dell’ Ambiente, Goshi Hosono, aveva ipotizzato l’aumento di 6 volte della capacità di generazione da 4 categorie rinnovabili al 2030, investendo miliardi di euro. Sufficienti, a coprire solo il 16-17% totale, secondo gli esperti consultati dall’ANSA. Il governo attuerà tutte le misure possibili per portare la produzione nucleare a zero negli anni 2030, seguendo però tre principi: no a nuovi reattori, smantellamento di quelli con più di 40 anni di vita, riavvio delle unità che hanno superato i test di sicurezza dell’Authority di settore.


Il secondo aspetto è di natura strategica e si collega ai rapporti con gli Usa. Il Giappone è l’unico paese senza ordigni atomici ad avere un accordo con Washington (negato alla Corea del Sud) sul ciclo di riprocessamento e arricchimento: controlla tutta la filiera del combustibile usato per fini civili e, in linea di principio, anche per applicazioni militari. È un fattore di forte deterrenza, senza contare tutta l’esperienza tecnologica e scientifica accumulata, per un Paese con vicini imprevedibili (Corea del Nord) e militarmente attivi (Cina). 

Il Giappone, terzo paese al mondo per numero di reattori (50 di cui due in funzione) si aggiunge - pur con il lungo percorso a ostacoli - alla lista di Stati che hanno optato per scelte drastiche, come la Germania (stop alle 17 unità entro il 2022) e la Svizzera, che vuole chiudere i 5 reattori entro il 2034.

La Francia ha annunciato la chiusura della centrale nucleare di Fessenheim, in Alsazia, al confine con la Germania, nel 2016. Hollande ha anche ricordato il suo obiettivo di ridurre dal 50% al 75% entro il 2025 la quota nucleare nella produzione di elettricità nazionale.

Queste premesse sono per me essenziali. Una vera finestra da cui guardare il mondo con occhi più verdi e sereni. Soprattutto per chi dovrà vivere la parte migliore dei propri giorni, ovvero i nostri figli.




Lacoste?

Oggi la fame è tanta e sento le voci interiori che s’agitano e discutono, come antichi logici matematici.
Fuori c'è un tizio che corre con la Lacoste sudata: è un pazzo, mi dico...
Poi metto la mano a cucchiaio intorno all’orecchio e ascolto:
- Lo sai che questa è una domanda fondamentale della vita? # Quale?
- I coccodrilli sono più lunghi che larghi, o più larghi che lunghi, o tanto larghi quanto lunghi? # Dipende dal colore!
- Esatto! Infatti il coccodrillo è più lungo che largo # Si, forse, e perché?
- Perché il coccodrillo è più lungo che verde # E che c’entra?
- C’entra. Guarda il coccodrillo: è lungo da cima a fondo, ma è verde solo in cima. Perciò il coccodrillo è più lungo che verde # Mhm, corretto. E allora?
- Perché il coccodrillo è più verde che largo! # E che c’entra?
- C’entra. Guarda il coccodrillo: è verde lungo tutta la sua lunghezza e anche lungo tutta la sua larghezza. Ma è largo solo lungo la sua larghezza. Perciò il coccodrillo è più verde che largo. E per la proprietà transitiva di una relazione d'ordine... segue che il coccodrillo è più lungo che largo! 
# Mhm! Acci… Sei un genio!
- Lo so, lo so…

Oggi la fame è tanta e sento le voci interiori che s’agitano e discutono.

Mi metto la mano sulla pancia, e penso che sia veramente questa la domanda fondamentale della vita! Che genio!



 

13 settembre 2012

La maratona (la sfida)

Stasera c'è vento e ho un diavolo per capello, anzi due. Mi sono imposto un'uscita quasi quotidiana, breve, anche brevissima. Preferisco l'idea della corsetta ripetuta alla lunga litania del classico podista.

Corro con pensieri aggrovigliati nel mezzo di una pila di disegni (di lavoro). Potrei scioglierli; potrei ritagliarli. Meglio imbustarli e spedirli all'attenzione di uno specialista, con tanti... ricciolini d'interrogazione.


Intanto, a testa in giù appeso alla basetta, spunta il portavoce del mio essere, inferiore, ad un'altra sfida (non lavorativa). Mi grida e io lo ascolto:

"Continuo a non capire perché ti sia messo in testa questa storia della maratona. Perché fare tanta strada senza ruote visto che la tua unica passione è la corsa veloce, al massimo quattrocento metri in un minuto (tz!). Se hai bisogno di dimostrare qualcosa puoi sempre farlo usando il cervello, ovvero chiedercelo. E noi? Che dovremmo fare, noi? Seguirti in mezzo a tutti questi sconosciuti bagnati e infreddoliti per tutte 'ste ore? Rimbalzare come folletti tra i tuoi capelli brizzolati ci diverte solo per qualche minuto, sai? Vomitare la colazione? E dai! Quest'anno ci hai maltrattato in tutti i modi! Sveglia di domenica all'alba, doccia e sudore a non finire! Siamo o non siamo i tuoi piccoli e deliziosi dèmoni da curare e sfamare per benino, senza i quali non puoi uscire dai tuoi problemi?! Le vuoi trovare ancora le soluzioni ai tuoi schemi?! Altrimenti ci ammaliamo, e fine dei tuoi geni, tiè"
Vabbè! Fate quel che volete, io ho già deciso...

Sono proprio soddisfatto. Ora i diavoletti si mordicchiano tra loro nel mezzo dei bulbi piliferi alla sommità di questa zucca, dove c'è più spazio per la lotta di classe...

Domani mi iscrivo alla maratona! E chiedo un pettorale anche per il vostro sindacalista! Tiè... Ma non ho il tempo di pensare quanto ciò sia infame... che già divido con la suola uno stronzo di cane...

Ecco, il destino è già segnato. Il futuro andrà sognato, alla prossima uscita.

12 settembre 2012

La maratona (la premessa)

Mancano esattamente 9 settimane e mezzo alla Turin Marathon 2012.

Mi dovrò spogliare dell'orgoglio per arrivare nudo alla meta; il contagio è già avvenuto. Perché l'idea della maratona si diffonde da un corpo all'altro del podismo. Un cenno del capo, un occhiolino, un pugno contro pugno d'intesa, e si celebra la messa non poco spirituale dell'uomo latino.

Bastano poche tracce di testosterone per capire in che mondo vive chi ha deciso di misurarsi nella lunga corsa. E' immerso nell'ossigeno, nella terra e nell'acqua che beve. Ogni tanto una vampata di sacro fuoco brucia l'atmosfera in un luccichìo dell'iride cristallina che sogghigna anche al buio.

Solo gli elementi essenziali esistono sul pianeta del maratoneta. Viene scartato il superfluo e semplificato ogni gesto e ogni altro contesto per rendere più leggero il peso delle ore della corsa. Il corpo deve resistere al trasporto dei pensieri che, se proprio necessari, vanno imballati e immobilizzati per evitare spostamenti di energia, distrazioni di glicogeno. Almeno questo immagino.

Tutto si deforma abbondantemente in una corsa così lunga. Anche i sensi, i tempi e l'autostima. Chi raggiunge indenne gli ultimi chilometri inneggia al superuomo più che al pollo, mentre chi è raggiunto dalle crisi, ed abbandona, non trova un animale che più strisci.

Quel che avviene in effetti non lo so, ma per precauzione ho deciso di allenarmi secondo la mia regola: fare ciò che mi sento di fare. Per adesso mi riesce bene l'allenamento in poltrona ad occhi chiusi. E' solo una premessa per immaginare di vivere la corsa, il clima, la folla, il gruppo della squadra. Le falcate dei primi chilometri saranno invece una promessa che posso già mantenere in questo sogno.



10 settembre 2012

Il sottile film dell'allenamento

L’allenamento non è un punto fermo o un’immagine fissa nella testa del podista. E’ un transito di questioni morali, di sensazioni che evolvono in stimoli organici solo alla fine. Prima e durante, c'è soltanto uno "spessore umano" che protegge - con le sue "qualità" - lo strato di carne più vicino all'anima. Uno spessore che aumenta, appunto, con l'allenamento.

Perché l’allenamento “proietta” benessere, ma solo dopo aver registrato bene le qualità umane di chi lo svolge, e si coinvolge. Chi non si allena non corre, neppure il rischio di ritrovare se stesso.

E' immediato osservare - sull’asfalto, sull’erba o su altri corpi depositati presso le panchine comunali - come le qualità umane sudino e traspirino nell'allenamento: proiezioni votate al sacrificio, alla sopportazione, alla sofferenza. Intorno a questi perni ruotano gli enormi ingranaggi caratteriali: la tenacia, la fermezza e l’ostinazione. E l'allenamento lubrifica questo meccanismo di trasmissione.

Chi si allena fa lavorare le ruote dentate (strette nelle ripetute) o le cinghie (elastiche alla vita), entrambe al servizio della perseveranza o della costanza dei propositi.

Chi si allena fa lo slalom tra le virtù cardinali e i vizi capitali, cercando di toccare - come la pallina d'acciaio nel flipper - solo i bersagli migliori.


6 settembre 2012

Io e la corsa

Informazioni utili

Le funzioni metaboliche del corpo, al termine di un allenamento, non tornano subito al loro livello di riposo: occorre un pò di tempo, strettamente legato all’intensità dell’esercizio fisico.

In questo tempo, infatti, si devono metabolizzare l’acido lattico accumulato e ripristinare le scorte di glicogeno; inoltre, la temperatura interna dell’organismo aumenta, così come il livello di testosterone, di somatotropo (ormone della crescita) e di cortisolo. E tutto ciò prevede un certo significativo riassetto ormonale.

Tutti questi processi avvengono all’interno dell’organismo e richiedono energia e soprattutto ossigeno. Dopo una sessione di allenamento, la quantità di ossigeno che si consuma nelle 24 ore successive è più alta di quella necessaria a riposo.

Il consumo di ossigeno post-esercizio è chiamato EPOC (Excess Post-exercise Oxygen Consumption), ed è un valore espresso in kcal. L’EPOC rilevato dopo un’attività lunga (due ore) a bassa intensità (65% della max frequenza cardiaca) è di sole 5 kcal nelle 24h successive, mentre quello rilevato dopo un'attività breve (45 minuti) ad alta intensità (oltre 80% della fcmax) è di oltre 180 kcal. Ciò significa che il metabolismo basale, nel caso di allenamento intenso, può aumentare fino al 10% nelle 24 ore successive all’esercizio.

Esperimento Tabata: sono stati presi 2 gruppi di persone sottoposte a 2 protocolli di allenamento diversi per 6 settimane:
- Gruppo A: 60 minuti di attività aerobica al 70% del VO2max (*) per 5 giorni a settimana (totale 30 ore di attività in 6 settimane)
- Gruppo B: 20 minuti di interval training: 20 secondi di scatti al 170% del VO2max seguiti da 10 secondi di recupero, per 5 giorni a settimana (totale 10 ore di allenamento in 6 settimane)

(*) VO2max = massimo volume di ossigeno consumato per minuto

Risultati Esperimento Tabata:
- Gruppo A: 10% di aumento delle prestazioni aerobiche, nessun aumento delle prestazioni anaerobiche
- Gruppo B: 15% di aumento delle prestazioni aerobiche, 30% di aumento delle prestazioni anaerobiche.

Ovvero: per avere grandi risultati serve l'intensità e non tanto la durata.

Certo, si sa,  non si può cambiare la propria pianta genetica, ma coltivare il carattere, la tenacia, la grinta e la capacità di spingersi "oltre" è già un allenamento molto intenso!




3 settembre 2012

Io e la corsa

I respiri immaginari 

Il tempo rallenta nella corsa, e le nuvole appaiono immobili, e tutto resta fermo un po’ più di prima, un po’ più dell’apparenza. Perché nella corsa il cuore respira il cuore dei corpi vicini, e il tempo respira il tempo dei corpi lontani. Questi respiri immaginari spazzano le valli dell’inconscio, dove ogni respiro è una fissione di emozioni, una reazione confinata tra le radiazioni della psiche.

Il cuore che respira un altro cuore si gonfia d’energia, e il tempo che respira un altro tempo si gonfia d’infinito. Il tempo si ferma ad osservare, sul crinale della follia, l’insoddisfazione che si espande rallentando, nella corsa.

Le braccia e le gambe che si scambiano la spinta sono respiri di corpi vicini, mentre gli spazi colorati, gli odori, i rumori e gli sguardi deformati sono respiri di corpi lontani. Tutto distrae senza un perché, nel tempo senza regole. E fa vivere di più quella parte dell’Essere che non si incontra normalmente.

Il respiro del cuore è vita intrecciata di materia, è storia e movimento. Il respiro del tempo è anima strappata dell’essenza, è fuga e sfinimento. Nella corsa, l’inconscio si allunga come un senso nuovo da scoprire. In mezzo all’organismo, ad ogni battito, c’è un naso che s’annusa e una lingua che si lecca, tra la polvere e gli insetti offerti all’anima insondabile.


2 settembre 2012

L'Atletica

Oggi ho riprovato l'ebbrezza della competizione.

L'appuntamento era il "Trofeo Arnaldo Colombo", manifestazione organizzata dal Gruppo Podistico dell’AVIS nel mezzo del parco della Pellerina di Torino, per il circuito FIDAL Piemonte.

Poco meno di 400 partecipanti, compressi e colorati, qualcuno abbronzato, qualcuno già sudato, ma tutti attenti con i sensi pronti ad assecondare corpo e mente nella migliore combinazione possibile.

Un minuto di silenzio, poi lo sparo. Che fumo! E vai... 5-10-15 secondi persi prima di poter esprimere l'andatura di gara. Non sembra, ma sono un bel pacchetto di energia immobilizzata, che scalpita, che pesta i piedi davanti e dietro, pozzanghere improvvise e ostacoli da schivare.

I primi passi sono al coperto delle maestose fronde di piante che delimitano il lungo viale d'ingresso del parco. Poi si esce su tracciati più tortuosi, tra ghiaia e terriccio battuto, piccole salite e discese, in zone del parco comunque veloci e non in mezzo al prato.

Corro con la massima disciplina; a volte non vedo oltre le gambe qualche metro più avanti. Non mi giro mai, e questa è una novità. Non sento il peso di nessuna performance da sostenere, e voglio lasciare il corpo libero di dialogare con la mente in tutte le modalità possibili, consce ed inconsce.

Penso di poter accelerare, ma non lo faccio. Ho davanti a me il compagno di squadra Roberto Mastrosimone e decido di seguirlo, immaginandolo come una safety-car. L'andatura è perfetta, la temperatura anche, il cielo è quasi completamente azzurro e questo lo registro in una delle salite dove alzo lo sguardo e vedo che qualcuno taglia anche le curve, senza sapere che porta a casa solo fango morale.

Poi sento la presenza di Max Nanotti che mi raggiunge a metà gara. Lo saluto, lo attendo, ma lui non si affianca e capisco che si accoda per mantenere la scia e non per andare in progressione.

Ora corro, ma non sento nulla: né fatica né rumori. La strada è così varia che non ho tempo di ragionare. Mi perdo in questa sospensione. E' qui che il tempo rallenta. Non ho cognizione dello sforzo, non ho pensieri di supporto. Qui sono solo con me stesso, nudo di fronte al puro movimento, allo spostamento verso il traguardo di qualcosa che mi appartiene. E sono felice. Non è una lettura, ma una scrittura di me, su questa terra.

Mi devo svegliare, ho deciso di scattare all'ultimo chilometro. La corsa è data per 8,5 km: un'occhiata all'orologio e vedo che ci siamo quasi. Mi preparo, ma scopro che il traguardo è poco più avanti, a meno di 500 metri. Dunque si chiude a poco meno di 8 km ora penso, e mi chiedo lo slancio. Parto e inizio a bruciare uno, due, quattro o cinque podisti davanti a me, ma poi sento che non c'è più energia e mi metto a ridere pensando di vedermi ripassare. Stringo i denti e mi sopporto fino al traguardo... che fatica gli ultimi 100 metri!

Chiudo con una media di 4'09" al chilometro, che mi soddisfa moltissimo, al quinto posto tra i compagni di squadra oggi presenti.

Aspetto Gabriele che non ha forzato per evitare risentimenti muscolari che lo assillano da settimane e stringo la mano a Raffaele, che già mi aspettava sorridente al traguardo. Ora il trio è ricomposto e si va all'attacco delle crostate offerte dall'ottima organizzazione dei donatori di sangue.

Ecco la classifica di squadra, ed i relativi tempi registrati da Pietro Lorusso:

1.   Giuliano Moretti:              29' 19"
2.   Domenico Robbe:             30' 27"
3.   Fabio Crepaldi:                  31' 07"
4.   Raffaele De Luca:              31' 13"
5.   Mariano Biagi:                   32' 14"
6.   Roberto Mastrosimone:   32' 33"
7.   Massimiliano Nanotti:      32' 50"
8.   Francesco Sansonne:        33' 32"
9.   Gabriele Cavaliere:            33' 43"
10. Ennio Moscato:                  34' 25"
11. Andrea Buscemi:                36' 07"
12. Diego Zorzan:                     37' 18"
13. Alberto Colbertaldo:          38' 00"
14. Magda Raciti:                    40' 28"
15. Roberto Pegoraro:             41' 14"
16. Vincenzo Congiu:              43' 26"
17. Aniello Damiano:              45' 46"
18. Salvatore Aiello:                47' 17"
19. Giuliana Borbone:             55' 13"